BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

La rivoluzione in Sicilia ? un "quarantotto"

 

La rivoluzione non è probabilmente nelle corde dei siciliani. A fronte della lunga e complicata storia dell’isola, che non ha risparmiato quasi mai alla sua disgraziata popolazione gravi episodi di sottomissione ed ingiustizie, ci si aspetterebbe di trovare una certa densità di casi di insubordinazione al potere costituito. Un'agitazione popolare, un tumulto di piazza, una sommossa o un'insurrezione di qualsivoglia natura ...  Degli episodi sparsi a macchia di leopardo, un po' qua, un po' là, in difesa di quei diritti basilari sovente negati alla gran parte delle sue classi popolari, in ogni tempo vessate e ridotte alla fame e alla disperazione.

E invece? L'impressione è che, anche a voler scandagliare il verso della Storia, si faccia una gran fatica per riuscire a scovare in Sicilia pagine sapide di avventure, ammutinamenti, cospirazioni e barricate che farebbero la felicità degli appassionati del genere. O almeno, precisiamo, prima che tutto questo accadesse “per importazione” con lo sbarco di Garibaldi e i suoi Mille.

Certo, non ci cambia la vita oggi sapere se i nostri avi abbiano venduta cara la loro pelle in difesa della propria dignità.  Ma si vive anche di piccole soddisfazioni intellettuali a volte: per ritrovare uno spirito di ideale appartenenza ad un passato mitico, per rinvigorire il nostro innato senso di giustizia sociale e perché no, per riscaldarci romanticamente il cuore di sciovinistico orgoglio. Tutto ciò, nella convinzione che il passato ci racconti di noi spesso molto più di quanto ci riservi il presente.

Gli scozzesi, gli irlandesi o anche i catalani (per restare in Europa), potrebbero aver ereditato questo senso di grande appartenenza collettiva, per essersi spesso stretti l’un con l’altro contro l'invasore di turno o, almeno, per avere provato a reagire, muniti di estrema consapevolezza della propria condizione di subordinazione. Oppure per essersi confrontati a viso aperto contro i tiranni che li volevano proni e legati indissolubilmente al guinzaglio.

Oppure, prendiamo i francesi, cugini acquisiti degli italiani, considerati, a ragione o a torto, i nostri avversari naturali. Con una differenza fondamentale, di non poco conto. I francesi finirono per intestarsi la più famosa delle Rivoluzioni, quella che contribuì a creare nell’indole transalpina una scorza dura, quasi impermeabile, contro ogni sentore di dittatura. Lezione imparata e mai più dimenticata. E vantaggio psicologico di non poco conto rispetto ai popoli che non ne hanno mai preso piena coscienza.

Discorso a parte quello dei russi che, in risposta alla disperazione sociale in cui furono sprofondati dall'infame politica zarista, seppero trovare all'inizio del Novecento la forza per una presa di coscienza forte contro i loro oppressori, dando vita alla Rivoluzione d'Ottobre. Tranne poi bruciarne gli effetti, per essersi incuneati attraverso il contorto budello di un regime totalitario e autoreferenziale. Con il risultato che, all'indomani del disfacimento dell'Unione Sovietica, la storia li ritrovò indietro di mezzo secolo rispetto all'occidente. Gap mai appianato fino ai giorni nostri. Con effetti sotto gli occhi di tutti.

E in Sicilia? Alla nostra Isola non sembrarono toccare in sorte rivoluzioni. Almeno non quelle prodotte in loco. Oppure, per meglio dire, se mai i barlumi di una rivoluzione sembrarono sfiorare talvolta alcune delle sue città, è quasi certo che i siciliani non seppero né riconoscerne gli effetti né tantomeno godere appieno dei suoi benefici psicologici.

In realtà, questo ritardo nella maturità politica appare un tratto comune a diversi  popoli italici. Se si esclude il Risorgimento e il travagliato processo che portò all'Unita' d'Italia, nonostante le innumerevoli divisioni che in ogni tempo hanno trovato la penisola debole e facile preda di qualsivoglia potere straniero o di prepotenti  potentati locali, la rivoluzione (quella con la R maiuscola) non sembro' attecchire mai in maniera consapevole, con un processo di sedimentazione compiuta.  

A comandare è stata spesso e volentieri la divisone fra le classi e il frastagliamento politico. In un clima di perenne incertezza, dove il compromesso e i giochi di potere hanno finito quasi sempre per salvare la classa egemone, quella del popolo grasso, a scapito di quella subalterna, il popolo minuto. Penso al tumulto dei Ciompi a Firenze in pieno Trecento ma anche al periodo del Rinascimento, con l'Italia polverizzata in una miriade di stati e staterelli spesso in guerra fra  loro. Certo, i pugnali sono brillati spesso, le teste sono rotolate ora in questo granducato ora in quello staterello, ma solo per vendetta, per faida, in un gioco di avvicendamento di poteri forti, senza che il Popolo abbia potuto far pesare le proprie istanze con piena consapevolezza. Senza che un desiderio di cambiamento di potere dal basso abbia potuto tramutarsi in realtà.

E dire che i siciliani, in particolare, avrebbero avute tutte le ragioni per rovesciare e mettere a ferro e fuoco i loro oppressori. Volendo fare un rapido conto, se si esclude l'episodio alla base della cacciata dalla Sicilia dei francesi angioini, quello passato alla storia come i Vespri Siciliani, nel 1282, di rado i siciliani finirono per imbracciare le armi per liberare le proprie città. Quasi mai.

Dico “quasi” perché in realtà anche in Sicilia si respirò, seppure per un breve arco di tempo, l’inebriante afflato di una rivoluzione “autoprodotta”. Autoctona. E curiosamente, tutto questo accadde non ai danni dello straniero, contro cui in ogni tempo il siciliano avrebbe potuto trovare mille scuse per ribellarsi. Ma contro i fratelli napoletani

E così dunque accadde quello che non era mai accaduto: che il popolo palermitano e poi siciliano tutto, stanco dei lunghi anni di oppressione del governo borbonico, si era (finalmente) deciso ad insorgere in massa contro il mal governo di Ferdinando II e della sua corte napoletana.

Era il 12 gennaio del 1848 quando un'insolita e variegata folla si raccolse nel centro di Palermo, dalla Cattedrale fino al quartiere della Kalsa. Da qualche giorno circolavano in città diversi manifesti e volantini, incitanti all’insurrezione generale. Uno di questi, diffuso il 9 gennaio, recitava quasi sibillino: "il giorno 12 gennaio, all'alba comincerà l'epoca gloriosa dell'universale rigenerazione". Mentre un altro proclamava più esplicitamente: “Siciliani! Il tempo delle preghiere inutilmente passò, inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni. Ferdinando tutto ha spezzato. E noi popolo nato libero, ridotto fra catene e nella miseria, ardiremo ancora a riconquistare i legittimi diritti. All’armi figli della Sicilia!"

I primi scontri con le forze dell'esercito borbonico avvennero all'altezza dell'incrocio fra l'attuale Via Roma e Corso Vittorio Emanuele (allora via Toledo), come testimoniano diversi cronisti dell'epoca. Nel pomeriggio, poi, affluì in città una gran massa di cittadini provenienti dalle città più vicine: intellettuali, aristocratici, borghesi, possidenti e contadini. Guidati da due carismatiche figure liberali, Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa, tricolore alla mano, i patrioti formarono un “Comitato Provvisorio”, con sede nel quartier generale in piazza di Fieravecchia, ora Piazza Rivoluzione.

Per due giorni la città venne devastata dai combattimenti tra le forze in campo e neppure l'arrivo dei rinforzi borbonici il 15 gennaio da Napoli riuscì a disperdere gli insorti. Dopo copiosi bombardamenti sulla folla e cruenti scontri per tutta la città, il 17 gennaio furono avviate le trattative per tramite del generale napoletano Di Maio. Il Comitato chiedeva il ritorno alla “Costituzione Siciliana” del 1812 e il riconoscimento di una più larga autonomia. Ma il re Ferdinando rigetto' con disprezzo le richieste dei rivoluzionari che, a questo punto, si costituirono in un nuovo “Comitato Generale” con alla presidenza Ruggero Settimo.

Rinfocolata la rivoluzione e centralizzati gli sforzi, gli insorti riuscirono già il 25 gennaio a prendere possesso del Palazzo Reale, sede del potere borbonico, costringendo funzionari e parecchie delle truppe regie ad imbarcarsi nottetempo per Napoli. Nel frattempo, mentre a Palermo si combatteva porta a porta, la rivoluzione era già divampata su tutto il resto dell’isola: Catania era insorta il 25 gennaio, Messina il 29 e il resto delle città più importanti sarebbe seguito a distanza di pochi giorni.

Così, dopo circa due mesi dalla scintilla iniziale, il 25 marzo 1848, fu proclamato ufficialmente il Regno di Sicilia con il Parlamento che tornava in attività con due camere (quella dei pari e quella dei comuni) che elessero Ruggero Settimo, come primo presidente del consiglio. Già il giorno dopo fu varato il primo governo del Regno che vide la presenza di grandi figure liberali come lo storico Michele Amari, il patriota Mariano Stabile, il principe di Butera Pietro Lanza, il barone Pietro Riso, e il futuro primo ministro del nascente regno d'Italia, Francesco Crispi. Nessuno dubbio sulla scelta del tricolore come bandiera del regno, con al centro il simbolo della Trinacria. Mentre in breve venne creato l' esercito nazionale siciliano, in divisa grigio-blu con coccarda tricolore, e una Guardia Nazionale con competenze di pubblica sicurezza.

A causa di un “disguido”, però, il sovrano che avrebbe dovuto essere nominato dal Parlamento, il secondogenito dei Savoia, Alberto Amedeo, non si presentò mai sul trono di Sicilia. In breve, l’indecisione politica e lo stallo che ne seguì, fini per avvantaggiare Ferdinando Borbone e il suo esercito napoletano che, al termine di un lungo periodo di bombardamenti (si ricorda in particolare il lungo e cruento assedio di Messina nel settembre del 1848) riuscì a riprendere in mano le redini del regno di Sicilia.

In tutto ciò, il “re bomba”,come venne immediatamente ribattezzato, venne supportato dalle capacità diplomatiche del suo luogotenente Carlo Filangieri, e dai metodi non sempre ortodossi del ministro dell’interno, il temibilissimo Salvatore Maniscalco. Ma questa è già un’altra storia: iniziava per la Sicilia un complicato decennio che avrebbe portato rocambolescamente all’Unità d’Italia, in un clima gravido di sospetti e regolamenti di conti, durante il quale, il ristabilito governo borbonico dovette spesso usare il bastone e la carota per tenere a bada gli animi e fare inghiottire ai siciliani il rospo dello status quo ante.

Nonostante l'amaro epilogo, gli eventi del quarantotto siciliano ebbero una vasta eco nel dibattito pubblico europeo di allora. Palermo fu considerata la prima città in Europa ad innescare la cosiddetta “Primavera dei popoli”, la più straordinaria delle stagioni di moti rivoluzionari che in pochi decenni cambiarono il volto a buona parte dell'Europa. Fu proprio Napoli a seguire a ruota l'insurrezione di Palermo, già il 27 gennaio del 1848 contro il comune despota, il re Ferdinando II. Poi fu la volta di Parigi, a marzo, i cui moti portarono alla nascita della "quarta Repubblica". Sempre a marzo si innescarono i moti lombardo-veneti contro l'invasore austriaco. Mentre alla fine del 1849 fu il turno di Roma dove cominciò a sventolare il tricolore sotto la Repubblica Romana. Senza dimenticare che gli eventi dell’insurrezione palermitana del quarantotto saranno alla base dei successivi moti che portarono all'Unità d'Italia.

Mica male per una Sicilia troppo spesso considerata pavida e remissiva nei confronti dei suoi dominatori e che, invece, a ben vedere seppe insegnare a mezza Europa il modus operandi per liberarsi dei loro "ospiti" indesiderati con una "exit strategy" concentrata in poche tappe, in pochissimi giorni. Salvo poi dimenticare, ciclicamente, di tenere sempre accesa la luce della libertà, senza farsi sopraffare dalle tante, troppe amnesie che sembrano spesso attanagliarla. Ma anche questa è un'altra storia.

Fra qualche giorno, l'11 maggio, cade il centosessantaduesimo anniversario dello Sbarco di Garibaldi a Marsala, e dell'entusiasmante epopea dei suoi Mille.  Sarebbe bello rispolverare quelle lunghe e appassionanti pagine della Storia Patria, senza la patinata retorica che le ha spesso rese distanti, e forse anche indigeste. Le apprezzeremmo ancora di più. E forse la libertà di cui godiamo oggi avrebbe un sapore ancora più dolce.  

8 maggio 2022

RIVEDUTO E PUBBLICATO SU:

A) https://itacanotizie.it/category/blog/la-corda-pazza/

B) https://www.ilpensieromediterraneo.it/tag/gianvito-pipitone/