BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Buttanissima Sicilia

 

Qualche giorno fa mi sono imbattuto nello spot pubblicitario televisivo di una nota marca siciliana di liquori che, pur essendo da tempo ormai passata di mano, acquistata da un grande gruppo del Nord, ci tiene a non perdere le sue radici isolane. Pensavo in realtà che fosse uno spot nuovo di zecca, ma andando poi a spulciare sulle piattaforme social, ho scoperto che gira sull’etere dall’agosto del 2020: vabbè, in quanto a cultura televisiva, lo ammetto, lascio proprio a desiderare …

Al centro della “nuova” campagna dell’amaro Averna c’è l’idea di rivelare al mondo intero le bellezze naturali della Sicilia e tutto quanto rientri nei canoni della sicilianità, presentando il liquore come il perno dei momenti conviviali. Dapprima si può ammirare Cefalù vista dal mare, poi la scalinata di Santa Maria del Monte a Caltagirone, dalla quale scende una ragazza che improvvisamente si strappa l’abito scuro per fare spazio ad uno sgargiante completo estivo. E poi, un susseguirsi di paesaggi siciliani, freschi, con vivaci e colorati mercati e pittoreschi centri storici, popolati da gente giovanile piena di energia vitale, sulle note di una musica dal beat hip hop, cantata in dialetto palermitano. Uno spot altrettanto gustoso ed efficace per veicolare “l’immagine” di una Sicilia così "internazionale" sarebbe davvero difficile da realizzare: chapeau.

Ma è davvero cambiata la Sicilia? Così come lascia intendere il cortometraggio? Al di là della domanda che potrebbe apparire retorica, prosastica, se non addirittura un po' naif, l’impressione è che la Sicilia non solo sia cambiata da un secolo a questa parte, ma addirittura rivoluzionata: la Sicilia contadina, miserabile e affamata di Verga e di Pirandello sembra distare anni luce da quella dello spot dell’amaro Averna. Ma si può in questa sede sollevare un piccolo (ma non per questo, insignificante) dubbio, asserendo che è cambiata di più nella percezione piuttosto che nella sostanza? Ammesso ovviamente che la percezione e la sostanza possano essere scientificamente quantificabili…

Parafrasando un vecchio adagio che recita che la potenza è nulla senza il controllo, si potrebbe aggiungere che il cambiamento non si può nutrire della sola aria fritta dell’immagine. Ma deve essere seguito obbligatoriamente dalla sostanza. E la sostanza in Sicilia comunque non manca mai.

Come fa notare lo scrittore Gaetano Savatteri, in un recente ed illuminante saggio del 2017: "la Sicilia ha una proiezione molto più vasta di sé". Lo scrittore originario di Racalmuto (!) allude al fatto che esistono al mondo città, luoghi, regioni che portano con sé un’immagine più ampia di ciò che realmente sono. Nel marketing si direbbe che hanno un Brand forte. In Italia il “brand Sicilia” duella quasi alla pari con veri e propri mostri sacri come Roma, Venezia, Firenze, Milano e Napoli.

Questo brand costruito nel tempo attraverso la letteratura, il cinema, il giornalismo, l’arte, la storia è la risultante di tante immagini, come in un patchwork che si dipana su una parete dalle grandi superfici, capace di contenere fotogrammi di Pirandello, Sciascia, ma anche di Ciccio e Franco e di Mimì Metallurgico, delle stragi di mafia di Capaci e via d'Amelio, delle sanguinose ammazzatine degli anni 80, del padrino Marlon Brando, così come delle cattedrali arabo normanne o del sontuoso Barocco della Valle di Noto oppure dell'iconico Vulcano e dei suoi ospiti mitologici, della gloriosa epopea dei Florio e, perché no, di Federico II e della sue passioni aviarie.

Un patchwork In continua evoluzione che, aggiornato con le nuove sfumature (i personaggi di Camilleri carichi di quel rozzo buonsenso, la proverbiale ironia di Ficarra e Picone, Dolce e Gabbana con l’ormai sdoganato mondo gay, l’innocenza perduta di Nuovo cinema Paradiso etc. etc. etc. ), obiettivamente, sarebbe davvero troppo lungo e troppo vasto da sintetizzare in una singola parete.

I grandi autori letterari siciliani del Novecento ci hanno provato, lasciandoci pagine scolpite nella memoria collettiva, decifrando l’isola, usandola come metafora e paradigma per le umane debolezze. Ma senza nulla togliere a questi "mostri sacri" della letteratura, siamo sicuri che la Sicilia di oggi possa esser letta e decrittata ancora con il filtro di un Tomasi di Lampedusa o che i personaggi dipinti da Verga abbiano ancora da raccontarci come si sia nel frattempo evoluto l’homo siciliensis?

Dopotutto, quando Pirandello morì, nel 1936, la Seconda Guerra Mondiale era ancora una possibilità remota. E se si pensa allo stesso Sciascia, nell’anno della sua scomparsa, nel 1989, non si era nemmeno giunti alla fase più cruenta  della guerra Stato-mafia.

Con il dovuto rispetto e la deferenza che si deve verso questi Grandi autori con la G maiuscola,   risulta forse un po’ stucchevole e fuori fuoco raccontare la Sicilia di oggi con le lenti di Fabrizio Salinas e della retorica del “tutto cambia per restare per com'è”. Così come sembrano essere invecchiate male le categorie di Sciascia di “uomini, ominicchi e quaquaraquà” che ben descrivevano la realtà sicula del secondo dopoguerra.

Per dirla con una metafora di Savatteri: "sembrerebbe quanto meno inutile continuare a guardare alla Sicilia con gli occhi di un mondo che non esiste più. Chi potrebbe infatti pensare di viaggiare con una guida turistica vecchia di 100 o anche 50 anni? Rileggerla oggi ci offre uno sguardo nostalgico su chi eravamo, sulle cose perdute e su quelle guadagnate. Ma non ci dice del presente e di come la percezione del presente l'abbia cambiata".

Interessante, no? Urge però una precisazione, su cui torneremo più avanti: il fatto che la Sicilia abbia cambiato immagine, non significa che oggi, d’emblée, abbia cambiato completamente sostanza e risolto gli atavici problemi che l’hanno sempre contraddistinta: non ultimo, manco a dirlo, quello della mafia. Significa certo che la Sicilia è cambiata negli atteggiamenti, nelle piccole cose, nei gesti e negli automatismi di tutti i giorni, agganciandosi al fluire del progresso tecnologico e culturale di cui beneficia il mondo globalizzato, ma è innegabile che continui a presentare delle zavorre  ancora troppo pesanti da sopportare.

A questo proposito viene in aiuto un prezioso consiglio di Salvatore Lupo: “liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi”. Cosa non facile, ma esercizio necessario che ci metterebbe al riparo dalle distorte  proiezioni del brand "che tutto fagocita" e, per virtù o colpa del quale, la Sicilia non riesce, o fa molta fatica, a buttarsi alle spalle le passate stagioni, vivendo sempre come in una sorta di spazio metastorico.  

Tuttavia, basta gettare uno sguardo appena al verso del secolo scorso per incontrare una Sicilia "apparentemente" molto diversa sia da quella di oggi, che da quella del dopoguerra. Mi riferisco al periodo che va dalla strage di Viale Lazio nel dicembre del ‘69 che segnava l'inizio di un ventennio di feroce guerra di Mafia che avrebbe insanguinato le strade di Palermo,  fino al ‘92 anno horribilis delle grandi stragi di Capaci e via Amelio.

Non si può tornare indietro con la memoria a quei terribili anni, immortalati da film come “Pizza connection” (1985) o “100 giorni a Palermo” (1984) sull’ infamante assassinio del Generale Dalla Chiesa (1982), senza provare un brivido irrefrenabile dietro la schiena. Quando Palermo era la capitale della mafia e le cronache di ogni giorno erano piene di morti ammazzati che raccontavano il potere selvaggio della mafia mentre la paura a Palermo e dintorni si tagliava con il coltello.

Soltanto 30 anni fa quella era la Sicilia che veniva raccontata ai siciliani, agli italiani e al mondo intero, senza fronzoli, con i cronisti che si affaccendavano giornalmente ad aggiornare il macabro record delle ammazzatine e ad istruire inchieste che spesso portavano i più temerari (un esempio su tutti, Peppino Impastato, assassinato nel maggio del 1978) a scontrarsi contro la Piovra, finendo per essere stritolati dai suoi tentacoli.

Era in quegli anni maledetti che giornalisti, scrittori e intellettuali come Leonardo Sciascia non potevano fare a meno di partire da quel dato oggettivo, la mafia, per descrivere la Sicilia e l'uomo che in quel contesto viveva e che da lì si rapportava con il mondo esterno. Un mondo implacabile, raccontato impietosamente dai servizi dei TG, che descrivevano Palermo alla stregua di Beirut o Gerusalemme. Quel mondo fatto di Giuliette smarmittate e di volanti della Polizia che strombazzavano ad ogni immagine di repertorio. Di sigarette smozzicate sulle labbra bruciacchiate dei giudici, fumate nervosamente una dopo l'altra, dietro a quel loro sguardo scarnificato e segnato dalla percezione imminente della morte.

Un mondo, però, dove nonostante tutto, si continuava a vivacchiare: a preparare la pasta al forno, le cassatedde e gli sfincioni sotto le feste, a festeggiare fuori porta il primo maggio o le pasquette, il natale e feste comandate, nel tentativo di far passare per normalità quello che normale non era. Dove, nonostante la notevole arretratezza culturale, si cominciavano ad intravedere lentamente i primi frutti dell’evoluzione portata dalla rivoluzione del ’68: con i giovani che imparavano a fare l'amore sui sedili posteriori delle Fiat 127, e si allenavano a disobbedire al potere costituito, fumando i loro primi spinelli.

Le stragi del ‘92 segnarono una reazione popolare. Non si sa quanto cosciente, ma sicuramente spontanea: spuntarono lenzuola bianche ai balconi, cortei e fiaccolate per strada. Gli assassini di Giovanni Falcone e della scorta, prima, e di Paolo Borsellino, poi, rappresentarono infatti  una violenta scossa emotiva per tutti i siciliani dando il la ad un movimento spontaneo e superficiale che rappresentò l'inizio di un cambio di registro. Importante e di una certa sostanza. Non solo d’immagine.

Un cambio di registro che obbligò lo Stato italiano a guardare finalmente a Palermo come ad un territorio "perduto" e da riconquistare. Necessariamente, visto il rischio di “perdere” per sempre l’isola. Con la cattura prima di Riina (nel 1993) e poi di Brusca (1996) la strada per lo Stato si mise in discesa. L'arresto di Provenzano nel 2006 infine chiuse metaforicamente un ciclo: la feroce mafia dei pecorai corleonesi era tramontata per sempre. La cattura a raffica di illustri latitanti, i pentimenti di importanti boss, i processi e i maxi processi, e l’adozione di importanti misure repressive (41 bis) sancirono la reazione decisa dello Stato, decretando che la mafia sull'Isola non era più quel potere assoluto e incontrastato che controllava ogni aspetto della società.  Certo c'è da chiedersi se le cose cominciassero a muoversi effettivamente in questa nuova direzione, ma è indubbio che così venivano recepite da gran parte dell’opinione pubblica: quindi, non solo "aria fritta"...

Ed ecco che una nuova immagine dell’isola era pronta per essere sfruttata e divulgata a partire dal 2006. E cosa proponeva il "brand Sicilia" una volta che la mafia, colpita al cuore, aveva “abdicato” a favore di un consistente alleggerimento dei toni? Quali altri nuovi immaginari si sono nel frattempo sedimentati in questi ultimi anni nel “brand Sicilia”?

Per certo è uscita fuori prepotentemente la Sicilia del cibo, in qualsiasi declinazione si presentasse e, di pari passo, quella del vino: un settore quello vitivinicolo che ha segnato un grande boom internazionale specie negli anni a cavallo del 2010. Poi è venuta fuori, quasi insospettabilmente anche una Sicilia gay friendly, grazie forse a due campioni come gli stilisti Dolce e Gabbana, seguiti a ruota dalla figura politica di Rosario Crocetta. E così via: la Sicilia dei piccoli borghi medievali, abbarbicati sulle Madonie o sui Nebrodi, la Sicilia delle spiagge incontaminate spesso appannaggio esclusivo di una nuova setta elitaria: quella dei convinti naturisti, fino alla Sicilia degli arcobaleni di matrice più internazionale, di recente coniazione. Il tutto, si sospetta, non diversamente che in passato, infarcito di stereotipi di cui la Sicilia è notoriamente "portatrice sana" (o insana).

Ma c'è un ma. Ed eccoci arrivati al rovescio della medaglia. Prima di confermare che la Sicilia è cambiata, non solo nell’immagine ma anche nella sostanza, l’impressione è che bisognerà smantellare i vari potentati politico-mafiosi che, ancora oggi, e forse in maniera più subdola che in passato, continuano a soffocare l’isola, lasciandola spesso agonizzante e priva di volontà.

Sicilia come fogna del potere”, come la definisce senza mezze parole il giornalista siciliano Pietrangelo Buttafuoco, dove ad ogni nuova legislatura corrisponde un’infornata di “clienti” e dove lo scandalo degli stipendi dei dipendenti pubblici e delle incredibili promozioni autoproclamate farebbe gridare vendetta alle schiere di disoccupati disseminate in lungo e largo, sull’isola. Senza dimenticare le varie monadi clientelari gestite direttamente dalla Regione: i forestali oppure, ancora peggio, l’industria della formazione. Un infernale marchingegno attraverso il quale “alcuni disoccupati trasformati in docenti formano altri disoccupati, destinati a diventare docenti di nuovi disoccupati”. Solo in Sicilia può succedere una cosa del genere.

Una Regione a "statuto speciale", quella siciliana che, con tutta evidenza, potrebbe amministrare uno dei patrimoni culturali più importanti e ricchi del mondo, permettendosi di sfamare i propri cittadini attraverso l’arte, il turismo e la cultura… e invece che fa? Semplicemente si perde dietro i mille rivoli del clientelismo più bieco, rimanendo al palo, con un’offerta culturale scandalosa: musei abbandonati all’apatia dei propri dipendenti, cantieri archeologici bloccati da anni e  biblioteche, ormai deserte, costrette una dopo l’altra all’inevitabile chiusura. In un deserto dell’anima che sarebbe pure imbarazzante, se non fosse indegno.

Proviamo a domandare alla schiera di ragazzi, giovani e meno giovani ormai, da decenni costretti ad abbandonare l'isola perché non trovano uno spazio adatto per esprimere le loro professionalità. Medici, professionisti, insegnanti, imprenditori, musicisti, fisici, chimici, amici, parenti, fratelli. sorelle: chi di noi siciliani non conosce qualcuno che schifato da questo sistema immondo del potere “occulto” ha deciso e decide ancora oggi di farla finita con la propria terra?

E chi fra loro, durante le brevi rimpatriate nell'isola, almeno una volta a soggiorno, non abbia guardato il sole accecante dell'estate, quel mare colore del vino, l'aria primaverile carica del profumo dolciastro di gelsomino e non abbia soppresso  un amaro rigurgito  di liberazione ricacciandosi in gola quel disperato grido di frustrazione: “buttanissima Sicilia!” 

I maligni parlano della fiaba della... volpe e l'uva. Di coloro che non ce l'hanno fatta e  che, frustrati dal fallimento, emigrano buttando fango contro il marciume regnante in Sicilia... Non è esattamente così. A ognuno di noi, in Sicilia, è capitato di ascoltare storie vere di amici e professionisti che hanno deciso romanticamente e testardamente di ritornare sull'isola. Con tutte le buone intenzioni. Ebbene: hanno rifatto le valigie nottetempo a velocità doppia di quella con cui le avevano originariamente preparate per abbandonare l'isola la prima volta.  Ma stavolta con un biglietto di sola andata: senza tentennamenti o rimpianti.

I più saggi fra gli expats, per non farsi il sangue amaro, preferiscono invece non turbare il proprio equilibrio psico-fisico e non cedere né alle avances né alle illusioni, costringendosi forse a credere che la Sicilia sia proprio quella della pubblicità dell'amaro Averna. Nell'immagine così come nella sostanza.

Nell' attesa mai sopita di un'eterna Rivoluzione che tarda ad arrivare.

18 gennaio 2022

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