BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

La soluzione finale: lo stillicidio dei musulmani di Sicilia

 

Parafrasando lo storico Ferdinando Maurici, con la cacciata, o, se si vuole, con lo sterminio dei saraceni dalla Sicilia, scomparve probabilmente l’ultima traccia di un popolo culturalmente e linguisticamente omogeneo che si possa definire a pieno titolo “siciliano”. Dal dominio normanno in poi, infatti, nell’avvicendarsi delle dominazioni straniere, nessuno degli isolani si sentì mai più omogeneo e organico alla classe politico-militare dominante che li amministrava. A ben vedere, in effetti, nessun siciliano parlò mai tedesco durante il regno svevo, o francese durante la parentesi angioina, o catalano durante la dominazione aragonese, oppure castigliano nell'arco del lungo periodo spagnolo.

Con la soppressione dei saraceni invece scomparve dall’isola un modello di società integrata culturalmente e linguisticamente alle élites che la governava. Ultimo esempio dunque, almeno fino all’unificazione d’Italia … ma quella è tutta un’altra storia.

La nostra cavalcata sulla transizione in Sicilia da una cultura profondamente arabizzata ad una cultura via via di stampo latino e cristiano, è giunta dunque nel suo momento clou. E il suo ultimo atto vide come protagonista, suo malgrado, un machiavellico Federico II che, in spregio alle personali pulsioni culturali verso il mondo arabo, si trovò probabilmente nel posto sbagliato al momento sbagliato. A lui sembrò toccare l’ingrato compito di portare a termine la “reconquista” iniziata dai suoi avi normanni. 

Dove eravamo rimasti…

Nel periodo di reggenza, durante la sua minorità, sull'isola era scoppiata una cruenta lotta fra le due fazioni principali: da una parte le forze vicine al papato, dall’altra l’esercito dei principi tedeschi, con in mezzo l’incomodo dei saraceni. Come abbiamo già visto, le minoranze musulmane si erano ritirate sulle montagne dell’entroterra da dove provavano a trarre profitto ora da questa ora da quella alleanza. Roccaforti dei saraceni, lo ricordiamo, diventarono, oltre a Jato ed Entella, anche Calatrasi, Corleone, Cinisi, Guastanella e poi i territori dell’arcivescovato di Monreale e quello del Belice: in pratica, nonostante le gravissime decimazioni operate dai normanni, la “gente del Corano” continuava a controllare ancora una vasta enclave comprendente quasi tutta la zona interna della Sicilia occidentale, oggi compresa nelle province di Palermo, Trapani e Agrigento. Un ambiente naturale irregolare e irto di montagne che sembrava fatto apposta per la tipologia di resistenza da loro messa in atto: la guerriglia.

Da lì, nonostante qualche duro colpo subito, come il sanguinoso scontro nel 1206 nei pressi di Monreale, contro l'esercito regio, per lunghi anni non sembrarono voler arretrare, né scendere a patti. Di contro, non bisogna però immaginare che la ragione stesse solo da una parte: parecchi furono in quegli anni gli episodi di tracotanza e di violenta ritorsione che videro protagonisti i saraceni ai danni della comunità latina, e che culminarono a volte nel saccheggio, nella distruzione di chiese, nel sequestro di persona e nella violenta intimidazione nei confronti dei cristiani. 

Fino a quando, attorno al 1216, un certo Muhammad ibn-Abbad, al secolo latino “Mirabettus”, divenne capo riconosciuto di tutti i musulmani dell'isola, assumendo il titolo di emir-al muslimin, ossia di principe dei credenti. Della sua leadership si sa abbastanza poco, se non che fu di nobili origini, fu considerato dai musulmani capo legittimo e cominciò a battere moneta propria. Impossibile invece comprendere se il movimento da lui capitanato avesse assunto una precisa valenza politica oppure stabilire quanta coscienza dei loro antichi fasti siciliani fosse conservata nelle rivendicazioni di questi "nuovi ribelli". Come dice lo storico Ferdinando Maurici a questo proposito, si tratta di “brandelli di una ipotetica «visione dei vinti» che resterà assai difficile da scrivere”.

I primi atti politici di Federico, assunta la maggiore età, dimostrarono nel frattempo la coscienza della gravità della situazione in Sicilia. Fin dal 1211 lo svevo aveva costretto i latini che possedevano poderi e vigneti, attorno a Monreale, all’obbligo di fissare nelle campagne la propria dimora. Così facendo intendeva aumentare la densità dei latini in larghe zone presidiate principalmente da saraceni. Non solo. Aveva altresì autorizzato l’arcivescovo di Monreale a arrestare quanti nelle campagne rifiutavano di sottostare ai dettami della chiesa.

Dal 1220 poi, fresco dell’incoronazione ad Imperatore del Sacro Romano Impero, Federico riprese le fila del “problema saraceno”, confermando alla arcidiocesi di Monreale tutte le «consuetudini» più dure vigenti al tempo di Guglielmo II, con l’obiettivo ormai palese di dichiarare apertamente guerra ai saraceni.

L’estate del 1221 fu il momento del primo assalto della cavalleria di Federico II contro le forze ribelli di Ibn-Abbad. Come ci ricorda il Maurici: “si trattò di uno scontro totale - religioso, culturale, politico - fra due poteri che, almeno in teoria, avevano entrambi titoli per definirsi legittimi.” Le operazioni militari risultano oggi poco chiare e la documentazione in possesso degli storici purtroppo molto lacunosa. Quello che si sa di certo è che i musulmani si prepararono allo scontro ed alla resistenza ad oltranza, trincerandosi nelle loro roccaforti interne con un punto a favore: la conoscenza delle tecniche di guerriglia e padronanza dei punti nevralgici dell'impervio territorio dell'entroterra siculo.

Dal canto suo, si sa che Federico II partecipò a diversi accurati sopralluoghi di quei territori irti e montagnosi, in molte occasioni dando il via personalmente alle operazioni di assalto. Secondo alcune fonti arabe nell’estate del 1222 l’imperatore sembra avesse raccolto un esercito di 2 mila cavalieri e 60 mila fanti di fronte alla città fortificata di Jato. Nonostante i numeri siano spropositati, rendono comunque bene l'idea dello sforzo militare dell’esercito regio contro i saraceni, tanto che per alcuni storici non è azzardato parlare come di “una vera e propria “reconquista” dell'interno della Sicilia occidentale.

Sembra che Ibn-Abbad e i suoi ribelli abbiano resistito valorosamente, ma trovandosi infine in disaccordo con alcuni suoi luogotenenti (probabilmente sui termini di una possibile resa), l’emiro dovette punire con fermezza questo atteggiamento di insubordinazione. Tale dissenso si trasformò dapprima in aperta opposizione e da lì al tradimento il passo fu breve: alcuni di loro si presentarono a Federico II, invitandolo ad occupare la cittadina di Jato e facilitando così la cattura di Ibn-Abbad.

La scarsità di notizie sull’episodio però non ci permette di accertare in che modo andarono realmente i fatti, se l’assalto fu una mera dimostrazione di potenza militare da parte federiciana oppure se furono messi in campo dei tentativi diplomatici. Neanche sulle circostanze della morte di Ibn-Abbad le fonti danno una versione unica: secondo una fonte araba, l'emiro sarebbe stato annegato in mare dopo che Federico infranse la promessa di farlo portare sano e salvo in Africa.

Altre fonti parlano invece di un'esecuzione capitale in piena regola con un finale abbastanza romanzato. Secondo tale versione “all'emiro che si era inginocchiato davanti a lui per offrirgli la resa (Federico II) avrebbe sferrato un violentissimo calcio con lo stivale di sperone, consegnandolo al boia e facendolo giustiziare insieme ai suoi due figli".

Sia come sia, la morte di ibn-Abbad non significò in ogni caso la fine della rivolta. Nel settembre del 1222 ritroviamo Federico a Calatrasi e nell'agosto del 1223 è di nuovo personalmente presente all'assedio di Jato, che nel frattempo era stata persa e quindi rioccupata dai saraceni.

Sull’assedio di Entella di quello stesso anno non ci sono fonti latine, solo una fonte araba che ci racconta di un altro sfizioso episodio con un intento più romanzesco e letterario che non cronachistico. L'episodio racconta di una figlia di ibn-Abbad che dopo l’uccisione del padre sarebbe rimasta asserragliata ad Entella, attuale Contessa Entellina in provincia di Palermo. Nella fine elaborazione letteraria si accenna anche ad una serie di profferte amorose che Federico II, rapito dalla sua sagacia e dalla singolare indomabilita’ del suo carattere, avrebbe fatto invano alla coriacea ribelle saracena.

Le parole che il cronista mette in bocca all’eroina di Entella, prima del suicidio non potrebbero esprimere meglio il sentimento di rabbia e scoramento della popolazione musulmana ormai braccata e ridotta all’impotenza: "sono come una donna senza figli, confinata su una collina di terra, priva di ogni aiuto”. Ciononostante, anche se ormai le forze vengono a mancare e la fiamma della speranza si è irrimediabilmente assottigliata, in un ultimo sussulto di irascibile orgoglio contro Federico II l’eroina profferisce le seguenti parole: “Ti combatterò e ti renderò insidie fino al consumo di ogni provvista in questa fortezza e finché i miei difensori non saranno allo stremo”. Un'immagine notevole.

Ma il punto di svolta nella politica federiciana nei confronti dei musulmani avvenne nel 1225, quando una parte dei saraceni vinti e sottomessi vennero fatti prigionieri e deportati a più riprese e per diversi anni a Lucera, ora in provincia di Foggia, considerata da quel momento in poi la più avanzata colonia militare di Federico sul continente.

Purtroppo non si hanno notizie su come sia avvenuta la deportazione forzosa, a che prezzo per i saraceni vinti ed umiliati e quale il trattamento a loro riservato. È comunque presumibile pensare che la deportazione sia potuta avvenire in maniera violenta e ignominiosa piuttosto che il contrario. Non si sa poi quanti dei prigionieri abbiano preferito lasciarsi morire piuttosto che essere sradicati dalla propria terra in modo così indegno e quanti siano andati incontro alla morte a causa di percosse, del freddo, per fame o quant’altro.

Per completezza di informazione, comunque, bisogna sottolineare che il peggio per i saraceni di Lucera sarebbe ancora dovuto arrivare. Lo sterminio della popolazione musulmana di Lucera si sarebbe materializzato in tutta la sua crudeltà nel 1300: appena 75 anni dopo il trasferimento dei primi musulmani di Sicilia in Puglia. E fu tutta opera del nuovo sovrano siciliano, il francese Carlo II di Angiò, spinto dalla brama di ricchezza e dai lauti bottini che la fortezza pugliese sembrava ispirare. Attraverso il  luogotenente Pipino,  gli angioini si impossessarono della città senza nessuna resistenza, appropriandosi di tutto ciò che i Musulmani possedevano, oltre al beneficio di venderli come schiavi. Secondo le parole dello storico contemporaneo Ahmed Somai:questi miserabili gruppi furono attaccati lungo le strade e depredati delle poche cose che gli erano rimaste e, talvolta, uccisi”. Quell'episodio fu davvero l’ultimo drammatico atto con cui si concludeva, per sempre,  l’avventura della presenza degli ultimi musulmani sul suolo italico.

Tornando in Sicilia al tempo di Federico, per i sucessivi 20 anni, dal 1225 al 1246, le cronache parlano ancora delle fortezze di Jato, Entella, Cinisi, Gallo che torneranno a addensarsi di saraceni residui; e di qualche sparuto gruppo di paria che si sarebbe aggirato fra le montagne interne del palermitano facendo puntate furtive verso Palermo; senza però più trovare la forza o la convinzione di lottare per ottenere  riconoscimento o libertà; con la coscienza di essere ormai diventati un popolo senza patria, reietto e ridotto all’osso, consunto nel corpo, nello spirito e, forse ben più grave, nella dignità.

Nel 1246, esattamente a 4 anni dalla sua morte, un soddisfatto Federico potè comunicare al primogenito del re di Castiglia l'avvenuta resa e la discesa dei saraceni dalle fortezze montane in pianura, "ad plana loca". Erano passati quasi 40 anni da quando era cominciato tutto. Ma l’impressione è che fosse ormai tutta una finzione a vantaggio delle cronache interne. Di saraceni attorno a quella data ne dovevano essere rimasti davvero pochi sul suolo siciliano. E quanti poterono restare in Sicilia si nascosero probabilmente “fra le pieghe di un tessuto demografico sempre più compattamente latino e cattolico, venendo presto totalmente assimilati". Era la fine questa volta, il cupio dissolvi.  Per sempre ormai.

Per finire.

La narrazione degli eventi che portarono Federico II al completo annientamento dei saraceni di Sicilia sembrerebbe in qualche modo stridere  con l'immagine di un imperatore tradizionalmente "amico" dei musulmani ed appassionato cultore della tradizione arabo-islamica. Ma mai come in questo caso, questi aspetti, quello politico e l'altro squisitamente culturale, si può dire che in Federico appaiano davvero come due binari paralleli ... che non si incontrano mai.

Federico II fu certamente attratto dalla cultura e dalla scienza arabo-islamica, intrattenendo rapporti personali con dotti, sultani, poeti e viaggiatori saraceni all’interno della sua sfavillante corte palermitana. Ma tutto ciò sembrò non  influire minimamente nella sfera della sua azione di governo. In qualche parte nella sua mente doveva essere ben chiaro che le due culture  non potessero convivere nello stesso luogo e, per il suo istinto di autoconservazione non sembrò esserci alternativa al famoso motto latino mors tua vita mea. In quest'ottica, gli ultimi saraceni di Sicilia altro non erano che ribelli da schiacciare e annientare. E si può tranquillamente credere che non ci abbia pensato su neanche troppo, senza cedere a inutili rimorsi di coscienza.

Le conseguenze della deportazione prima e dello sterminio poi, ebbero un enorme impatto sul futuro del regno: dopo due secoli e mezzo di appartenenza al mondo e alla cultura arabo-musulmana, la Sicilia veniva strappata dalle mani dei saraceni e tornava nel grembo italico in piena cultura europea, latina e sotto religione cristiana.

Così come per la Spagna profondamente arabizzata anche in Sicilia l’occidente non era mai stato così lontano come durante la presenza saracena. E sembra quasi paradossale che a strappare l’isola dalle "grinfie" dei saraceni siano stati due casati nordici (gli Altavilla e gli Hohenstaufen) che, un pò per caso un pò per scommessa si trovarono un giorno a doversi chiamare “siciliani” senza probabilmente sapere bene in che cosa tutto ciò consistesse. 

15 dicembre 2021

Bibliografia essenziale 

F. MAURICI L’Emirato sulle Montagne 1987. Ediz- Centro Documentazione e ricerca per la Siciliana Antica “Paolo Orsi”. J. JOHNS, The Muslims of Norman Sicily I. PERI, Uomini, città e campagne in Sicilia. Dall'XI al XIII secolo. Ed Laterza 1978 I. PERI, Città e campagna in Sicilia. Dominazione Normanna, A. METCALF,The Norman conquest of Muslim Sicily, Alex Metcalf, Lancaster University A. METCALF The Society of Norman Italy Publisher: BrillEditors: G. A. Loud, Alex Metcalfe 2002 E. KANTOROWICZ, Federico II imperatore, Milano 1940, 1976 M. AMARI Storia dei musulmani di Sicilia Ed. Lemonnier 1854 S. TRAMONTANA Il Regno di Sicilia. Uomo e natura dall’XI al XIII Giulio Einaudi 2015 FEDERICO II L'arte di cacciare con gli uccelli. Edizione e traduzione italiana del ms. lat. 717 della Biblioteca Universitaria di Bologna D. ABULAFIA Federico II. Un imperatore Medievale Ed. Giulio Einaudi 1993 J.J.NORWICH The Normans in Sicily, London: Penguin, 1992 S. TRAMONTANA L’isola di Allāh Luoghi, uomini e cose di Sicilia nei secoli IX-XI Einaudi ED. 2014 AHMED SOMAI, I Musulmani di Lucera: dalla deportazione allo sterminio (1220-1300) da Dialoghi Mediterrrei, Periodicobimestrale dell'Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo https://www.istitutoeuroarabo.it/ R. LICINIO Lucera [e la deportazione dei musulmani di Sicilia in Puglia da parte di Federico II], di Raffaele Licinio https://www.gliscritti.it/blog/entry/