BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Caccia all'uomo: la reconquista normanna della Sicilia musulmana.

 

La vicenda dei musulmani di Sicilia durante il periodo normanno e poi svevo è stata a lungo misconosciuta e stemperata da una tradizione storiografica troppo spesso appiattita sulla lezione di E. Kantorowicz, autore di un importante ritratto storico del periodo svevo, Federico II Imperatore del 1927, incentrata sull’ esaltazione del mito dei vincitori.

Durante la “reconquista” della Sicilia ai danni degli Arabi, iniziata da Ruggero I nel 1061 e poi perfezionata dai successori (Ruggero II, Guglielmo I, II e III), la casata normanna d’Altavilla seppe incarnare la forza, lo spirito e i valori della latinità, riuscendo nell’ardua impresa, non senza copiosi spargimenti di sangue, di ri-cristianizzare l’isola. Ma non interamente, lasciando l'ardua incombenza di redimere gli irriducibili allo svevo Federico II che, per quasi 40 anni, ogni primavera, tornò ad  inseguire invano un manipolo di musulmani asserragliati nelle loro fortezze di Jato, Entella, Platano, Celso sulle montagne alle spalle di Palermo.

Di Federico II, in particolare, è stato sempre sottolineato, dai biografi antichi quanto quelli moderni, lo stretto rapporto con l'islamismo siciliano, il fatto che riuscisse a parlare e a leggere correntemente la lingua araba e che fosse un grande estimatore della cultura, dell’architettura e dell'arte fatimida. Di certo, la sua educazione a corte dovette essere improntata ad un alto grado di fiducia per la tolleranza razziale, oltre che al perfezionamento della capacità di mediazione e di risoluzione degli aspri contrasti etnici, sociali, religiosi presenti a quei tempi in Sicilia.

Eppure, nonostante l'empatia e la simpatia nei confronti del mondo arabo,  ciò non lo mise al riparo dall'inflessibilità che sembra abbia invece riservato ai ribelli saraceni siculi, nè gli impedì di adottare contro i suoi corregionali musulmani un duro trattamento, senza esclusione di colpi, contraddistinto da una particolare ferocia e segnato addirittura da numerosi episodi di deportazioni di massa.

Come ricorda lo storico Ferdinando Maurici, in un suo prezioso quanto singolare saggio sull’argomento (L’emirato sulle Montagne del 1987): “la forte presenza nel tessuto etnico e sociale della Sicilia della componente musulmana, in grado di creare scelte culturali e politiche opposte a quelle della società dominante, e la conseguente “eliminazione” di questa minoranza scomoda perché non omogenea al resto della popolazione siciliana, costituiscono l’aspetto più rilevante della realtà siciliana della prima metà del XIII secolo”. D'altro canto, la lotta dei musulmani contro Federico II e la loro inevitabile sconfitta,  altro non fu che il tragico epilogo di un processo storico iniziato nell'isola con lo sbarco delle prime milizie normanne nell'XI secolo. Mentre la conclusione impetuosa di questo problematico rapporto di convivenza fra arabi e latini è testimonianza di una peculiarità e di una forte drammaticità, tutte interne alla storia medievale siciliana. Ma andiamo con ordine.

La caccia all'uomo normanna

La guerra di conquista dei normanni fu lunga, durò circa 31 anni, fu estenuante e di logoramento. All’inizio, la tattica utilizzata dagli invasori fu la sfibrante attesa e il presidio, con fulminee incursioni e solo eccezionalmente si risolse nell'attacco frontale o nell'assedio. L’obiettivo delle truppe normanne, più ordinate ed irreggimentate dei nemici arabi, era la distruzione dei raccolti e dei proventi dei musulmani, il saccheggio, la cattura di prigionieri e la loro conduzione in schiavitù.

Dall’altra parte, la resistenza musulmana alla penetrazione normanna, anche se disordinata, si dimostrò valorosa e caparbia, tutta giocata sull’orgoglio. Vere e proprie operazioni di guerriglia venivano portate avanti come ritorsioni in risposta agli attacchi normanni: una guerriglia disorganica che spesso mirava ad instaurare un clima di paura e d’insicurezza fra le truppe nemiche. Atteggiamento che non di rado costrinse i conquistatori ad adottare soluzioni drastiche e cruente. Alla fine, fu con l’assedio di singoli centri fortificati, con la razzia e tagliando le fonti di approvvigionamento del nemico, in modo da ridurlo alla fame, che nella maggior parte dei casi i normanni ottennero la capitolazione del nemico.

Da non trascurare nemmeno il ruolo degli stessi arabi ridotti a schiavitù e costretti ad irreggimentarsi nell’esercito regolare normanno. Una consuetudine così in auge a quel tempo che alcuni cronisti non avevano dubbi nell' affermare che spesso gli stessi musulmani costituivano la maggioranza dell’esercito regolare normanno.

Non mancarono nemmeno episodi di segno opposto: quando i normanni raggiunsero Troina nel 1061, la sua popolazione mista di Arabi e Siciliani si dice che abbia riservato loro un caloroso benvenuto. Ma in genere la brutalità dei cavalieri normanni era così risaputa che a Messina un combattente musulmano addirittura preferì uccidere sua sorella piuttosto che lasciarla alla mercé delle truppe del nemico. Un altro episodio ci racconta che in occasione della cattura dell’emiro di Castrogiovanni a Girgenti, fu lo stesso Ruggero I ad ordinare di esentare la moglie dall'atto dello stupro: prevenendo evidentemente in questo modo una consuetudine in voga fra le truppe normanne.

Si può insomma affermare, come alcune fonti lasciano intendere senza troppi giri di parole, che i primi normanni sbarcati in Sicilia fossero “uomini feroci, di spada e dediti al vizio della caccia e della falconeria”. E forse anche a causa del terrore che incutevano già alla sola vista, diverse capitolazioni delle città siciliane avvennero quasi senza combattere, dietro la stipula di patti scritti. A patti si arresero  ad esempio Palermo nel 1072, Mazara, Taormina e Trapani. Stessa sorte l’anno successivo toccò a Platano e Guastanella. Poi fu la volta di Jato e Cinisi nel 1079, ed infine di alcuni centri importanti della Sicilia orientale: Butera e Noto.

Brevi assedi, spesso efferati invece caratterizzarono la conquista di centri come Trapani, Castronuovo, Cinisi, Castrogiovanni (Enna) e poi in successione Caltanissetta e Girgenti (Agrigento) nel 1089. Mentre i primi mesi del 1090 furono dedicati alla conquista di Malta. Ultimi ad arrendersi furono i centri della Val di Noto, fra Siracusa e Butera, capitolati nel corso del 1091.

Degno di nota, se non altro per dimostrare come spesso e volentieri musulmani e nativi siciliani si siano alleati per respingere gli attacchi dei normanni, è la breve alleanza fra il siculo Serlo e il musulmano Ibrahim, che però non portò a nulla di buono e finì con il tradimento e la morte di Serlo stesso. Notizie dei cronisti del tempo, specie di quelli di parte (Goffredo Malaterra) ci raccontano trionfalmente della restituzione al culto cristiano della Moschea di Palermo, detta Gami  (diventata poi quel capolavoro arabo-normanno che è la Cattedrale) e di moltissime altre moschee che cambiarano repentinamente culto al sopraggiungere di un nuovo ordine civile. Mentre, non ci sono prove di tentativi di conversione coatta di religione da parte dei nuovi arrivati nei confronti dei musulmani: probabilmente perché la leva della religione avrebbe inasprito i rapporti già tesi, esacerbando gli animi fra le due comunità, cosa che ai normanni non sarebbe convenuto, almeno all’inizio.

Allo stesso tempo, i normanni favorirono una politica di ripopolamento dell'isola, con genti di origine franco-provenzale, bretone, normanna e con numerosi coloni provenienti dalle regioni settentrionali della penisola, i cosiddetti lombardi, come testimoniano i numerosi dialetti di origine galloitalica presenti nelle zone interne della Sicilia: a Randazzo, San Fratello,  Piazza Armerina, Nicosia, Sperlinga e Aidone.

Un altro aspetto importante che peserà sugli sviluppi futuri della pacifica convivenza fra le due comunità fu l’inquadramento dello status sociale dei musulmani all’interno della nuova società creata dai normanni. Condizione essenziale dello status dei musulmani nella Sicilia normanna fu la totale sottomissione ai conquistatori, sancita dal pagamento di una tassa (jizya) che assicurava comunque ai vinti l'incolumità fisica, il rispetto delle usanze e del credo religioso, la protezione da parte dell'autorità. Almeno sulla carta. 

Sembra che la conquista normanna abbia creato due principali categorie di “villani” fra la popolazione musulmana: i rijal al jara'id (uomini del registro) che erano veri e propri servi della gleba; e i muls, gruppo meno copioso cui appartenevano i villani senza terra, liberi da vincoli giuridici e non tenuti a prestare servizio al fondo, ma anch'essi costrtti al pagamento della jizya.

La corte di Ruggero II perseguì nei confronti dei musulmani di Sicilia una politica disomogenea: favorendo da un lato la pacifica convivenza, l' eclettismo e una compiuta libertà di espressione culturale, specie a corte, nelle strade della capitale e nei centri più evoluti, ma allo stesso tempo intervenendo con violenza altrove nelle campagne e nei centri periferici, come giunge e ascrivere lo storico J. Johns “sostenendo di fatto, lontano dall'atmosfera orientaleggiante della corte, una sorta di apartheid”. Ossia un vero e proprio regime di separazione di classi, sulla base del ceppo etnico di appartenenza.

La stessa toponomastica, come ci indicano gli approfondimenti di Federico Mauceri, indica una netta divisione gerarchica della popolazione, fra abitato in campo chiuso da un lato: le terre ed i castra dove si insediarono i conquistatori e gli immigrati latini; e l’abitato in campo aperto: i casali (rahal) privi di mura ed indifesi, residenza degli indigeni musulmani o greci ridotti allo status di villani.

Fu così che nel corso della dominazione normanna si andarono delineando due aree ben delimitate in cui si andò addensando la presenza dei musulmani: l'altopiano orientale della Val di Noto e la zona collinare-montuosa al centro della Val di Mazara. In seguito, le stragi consumate dai “lombardi” su istigazione di Tancredi di Lecce e Ruggero Sclavo nel 1161, causarono la fuga conseguente dei musulmani superstiti verso la Val di Mazara, causando lo svuotamento progressivo della comunità islamica della Val di Noto.

Con Guglielmo I detto il Malo (1154-1166) la Sicilia musulmana visse forse il suo momento più critico: il suo regno è infatti segnato dallo scoppio di improvvise guerriglie etniche fra i latini (siciliani, lombardi, normanni) e la componente più implacabile fra i musulmani. A quel punto, l'unica zona della Sicilia dove la presenza musulmana rimase numericamente consistente e socialmente rimarchevole fu la Val di Mazara e “soprattutto la zona interna di esso che dalle montagne alle spalle di Palermo scende a Sud verso Girgenti, passando per Corleone e quindi sotto Castronovo e Cammarata a comprendere il bacino del Platani e spingendosi ad Ovest oltre il Belice”.

Fra il 1174 e il 1182, nel tentativo di dare una soluzione definitiva al problema musulmano, con l’allargamento della diocesi di Monreale, Guglielmo II intese creare una sorta di “native homeland” per soli musulmani. Il territorio dell'arcidiocesi (di circa 1200 kmq) venne così concepito come una sorta di grande riserva "dove i musulmani potessero vivere e lavorare la terra al riparo dalle persecuzioni dei feudatari e dall'immigrazione lombarda che aveva già violentemente distrutto la comunità islamica del Val di Noto". 

Come riporta ancora il Mauceri: “il `cantone saraceno' si configurò come un'isola musulmana in un mare cristiano e latino: ad Est lo fronteggiavano il castello demaniale di Vicari, Corleone e la terra feudale di Cammarata, mentre gli sbocchi sulla costa erano sorvegliati e virtualmente preclusi da tutta una catena di città portuali e di castelli demaniali o feudali: la stessa Palermo, Carini, Partinico, Castellammare, Trapani con la fortezza di Erice, Marsala, Mazara e Sciacca”. Ma il tentativo di re Guglielmo II era destinato a fallire. Dietro ad una fragile facciata di tolleranza, la sua politica non riuscì infatti ad eliminare o a attenuare i gravi motivi di frizione esistenti fra i cristiani latini e l’elemento musulmano e non tardarono a manifestarsi pertanto nuovi e gravi episodi di contrapposizione violenta.

Erano ormai lontani i tempi in cui Ibn Jubair, poeta arabo-spagnolo e viaggiatore, si esprimeva in questo modo: “La più bella città della Sicilia, sede del re, è Palermo. Essa è il soggiorno principale dei cittadini mussulmani, che vi tengono delle moschee, dei mercati loro propri e molti sobborghi “. Verso la fine del regno di Gugliemo II, tornato a visitare la Sicilia, il poeta avvertì ormai senza più illusioni tutto l’inquieto, amaro ed ineluttabile presentimento della fine della cultura islamica e della lunga e ricca parabola delle sue genti in Sicilia. Non aveva torto.

Alla morte di Guglielmo II nel 1189, infatti, a Palermo scoppiò una nuova caccia all’uomo che costrinse migliaia di superstiti a rifugiarsi verso le montagne, verso i territori di Monreale e di Girgenti. Lì, ridotti a poche decine di migliaia di irriducibili, rimarranno asserragliati nelle loro fortezze di Jato, Entella, Platano, Celso, in “uno stato endemico, pronti a prendere le armi e a rinchiudersi in munite roccaforti montane al primo segno di pericolo e al primo vuoto di potere".

Ci resteranno per quasi 50 anni e contro di loro si muoverà niente poco di meno che lo stesso Federico II, lo stupor Mundi, re di Sicilia e Imperatore del Sacro romano impero. Per diversi anni, fra una crociata e una scomunica papale, Federico II  muoverà da Palermo le sue truppe per tornare ogni primavera, con l'arrivo della bella stagione, ad assediare ora Jato ora Entella, tornate nel frattempo i due centri di resistenza e d'irradiazione musulmana più importanti dell'isola. Fiducioso che prima o poi sarebbe riuscito a tirare giù "ad inferiora et plana loca", in pianura, dall'alto delle loro città fortificate, gli ultimi resistenti, colpevoli solo di rappresentare una diversità (culturale, etnica e linguistica) troppo pericolosa da lasciare in vita.

FINE PRIMA PARTE

30 novembre 2021

Bibliografia essenziale

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AHMED SOMAI, I Musulmani di Lucera: dalla deportazione allo sterminio (1220-1300) da Dialoghi Mediterrrei, Periodicobimestrale dell'Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo https://www.istitutoeuroarabo.it/

R. LICINIO Lucera [e la deportazione dei musulmani di Sicilia in Puglia da parte di Federico II], di Raffaele Licinio https://www.gliscritti.it/blog/entry/