BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Ora et Labora: un monaco ci salverà ... (forse)

 

Aveva ragione probabilmente quel tale che, durante il periodo più nero della parabola pandemica, quando ci ritrovammo increduli e sgomenti seppelliti vivi in casa, nonostante fossimo tutti presi dall’emotività del momento, nemmeno in quel drammatico frangente si lasciò infinocchiare dal flusso di dilagante ipocrisia.L’essere umano ne uscirà più forte di prima”. “Quando tutto sarà finito, l’uomo avrà imparato le cose importanti della vita, quelle che contano veramente”. E cose così, più o meno imbarazzanti.

E a chi andava sciorinandogli, con le lacrime agli occhi, dei propositi di vita futuri e dei progetti di grande cambiamento per le magnifiche sorti e progressive, una volta che “lo grande morbo” fosse stato debellato, lui opponeva la sua fredda versione dei fatti, se si vuole “cinica”, ma pur sempre lucida, spesso accompagnata da una robusta scrollata di spalle. Non credo che il Nostro caro affezionatissimo fosse particolarmente affetto da pessimismo cosmico, né che ci tenesse particolarmente a passare per bastiancontrario o menagramo del caso. Immagino che non solesse consultare né una sfera di vetro e neppure la cabala quando alla domanda sul suo atteggiamento “distaccato e pessimista”, di solito affermava con estrema serenità: “semplicemente penso che non andrà tutto bene se andrà tutto come prima”.

Bene, a distanza di un po' di mesi, con l’esperienza più o meno riuscita del vaccino di massa, in tempi di vigile e tutto sommato ottimistica attesa, basta guardarsi attorno per rendersi conto che quei vecchi proclami, estorti come di fronte ad un metaforico patibolo, che tanto ci hanno fatto sentire in odore di santità, abbiano perso miseramente il loro vigore sgonfiandosi come un vecchio pallone dimenticato per anni in soffitta. E che cosa sia rimasto delle antiche giaculatorie, una volta scampato il tabù più tabù di tutti (la morte), lo lascio sintetizzare dalla sempre più squallida ed imbarazzante offerta dell’informazione e dell’intrattenimento televisivi. Lodato sempre chi ha la forza di starne a distanza di sicurezza. Sempre sia lodato.

La mia voracità “carsica” di cui ho già fornito le coordinate in qualche altra parte sul blog, mi ha portato invece in questi mesi a riscoprire attraverso una serie di interessanti letture, quei sentieri medievali che a corrente alternata ritornano all’oggetto dei miei “vizietti” (lo ammetto) schifosamente intellettuali. È così che mi sono imbattuto per caso in Alasdair MacIntyre, figura di spicco della filosofia contemporanea e, senza avere tempo di approfondire il suo sterminato pensiero, mi sono concentrato sull’interessante parallelismo che il filosofo scozzese fa fra il Tardo Impero Romano (all’incrocio con l’inizio dell’alto Medioevo) e la congiuntura storica Contemporanea.

MacIntyre parte da una dura critica della modernità post-illuministica che, a suo parere, “ha lasciato l'uomo preda di un soggettivismo emotivistico e di un relativismo individualistico" . Proprio a causa di ciò - prosegue MacIntyre - "la nostra è (diventata) un'epoca di decadenza, simile a quella della caduta dell'impero Romano: come allora, necessaria e oltremodo salutare si rivelerebbe l'opera di un nuovo san Benedetto, capace di rifondare il tessuto morale della società in nome di un'etica della virtù basata su valori religiosi e comunitari”.

Secondo il filosofo scozzese, insomma, la situazione che stiamo vivendo adesso, mutatis mutandis, assomiglierebbe né più né meno a quella dei secoli bui del declino dell'impero romano (400-500 d.c.) in cui a causa di una profonda crisi economica, culturale oltre che morale si produsse una scintilla che sembrò portare ad un uomo nuovo: “la svolta ci fu nel momento in cui uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l'imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium».

Fu in quel contesto che figure come San Benedetto, spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo, iniziarono a costruire nuove forme di comunità in cui una nuova civiltà e una nuova morale avessero la possibilità di sopravvivere all'incipiente epoca di barbarie e di oscurità che si stava preparando a vivere il mondo.

Ora, immagino che il parallelismo proposto dal MacIntyre non vada inteso alla lettera e che figure come San Benedetto da Norcia al giorno d’oggi, seppur presenti sotto mentite spoglia nelle strade, nelle università, nelle scuole, nelle chiese e, in potenza anche nelle istituzioni, registrino una fatica immane per stare al passo con la realtà mutevole, sfuggente e iper competitiva del tempo presente.

Mi sembra evidente, in ultima analisi, che l’appello del filosofo scozzese suoni più che altro come un accorato auspicio a ritrovare la via smarrita in questi tempi di “tardo impero contemporaneo” riparametrando tutto dal grado zero per ripartire con la creazione di un Uomo Nuovo.

Volendo però rimanere aderenti all’interpretazione più letterale, è interessante cercare, nelle pieghe del monachesimo benedettino e del suo fondatore, la chiave di volta che dovrebbe dare accesso a questo tipo di uomo nuovo di cui parla MacIntyre. Quali dunque le sue caratteristiche, le sue virtù e quale la sua indole per poter creare un contesto (o dei contesti) nuovi per l’umanità?

Cominciamo col dire intanto che la storia della civiltà occidentale deve moltissimo al monachesimo. Sin dalla nascita dell’Ordine benedettino, i monaci di Montecassino furono gli unici nei secoli difficili dell’Alto Medioevo a preservare, attraverso gli scriptoria dei vari monasteri, il sapere dei grandi classici latini e greci. Senza la paziente opera di copiatura e miniatura dei monaci oggi non sapremmo nulla di Cicerone e Seneca, di Virgilio e Lucrezio. La stessa concezione (e coscienza) del mondo occidentale così com’è ora, sarebbe di certo diversa senza l’adamantino lavoro di questi "pazienti copisti e fulgidi amanuensi" che hanno così sfidato (vincendola) la battaglia contro la furia distruttrice dei barbari invasori. Conservare e avere cura delle cose importanti in nostro possesso, potrebbe dunque essere fra i primi compiti dell’uomo nuovo.

Ma, a parte l'aver permesso alla posterità di trasmettere la cultura e il sapere degli antichi classici (cosa già di per sè di inestimabile valore) in che cosa consisteva il monachesimo e quale il suo valore intrinseco? Per rispondere a questa domanda, fa al nostro caso una felice definizione del prof. Vito Fumagalli (1938-1997) direttore del dipartimento di Medievistica dell’Univ. di Bologna: “direi che (il monachesimo) in tutti i tempi è stato ed è la riflessione presa a distanza di un mondo in gravi crisi, come accadde nei primi secoli di diffusione del fenomeno monastico. Il monachesimo è un richiamo potente ad alzare il tono e la tensione della vita morale e spirituale. Come ce ne fu bisogno in quei secoli lontani di caduta dei sistemi di valori, così ce ne è bisogno oggi. L'antidoto fondamentale del monachesimo contro la crisi, è la solidarietà. La solidarietà infatti, che è insita nell'anima monastica, si oppone alla solitudine, al chiudersi degli uomini in sé stessi, all'isolamento reciproco, all'indifferenza, spesso alla guerra e all'odio. Il monachesimo forniva l'esempio e la predicazione della comunione e della compartecipazione, vivendo in comune e studiando in comune, cercando mete lontane in comune”. Non ci può essere definizione migliore, a mio avviso, per centrare in pieno la tesi del parallelismo di MacIntyre.

Ma, in definitiva, che tipo di uomo era il fondatore di questo nuovo movimento "culturale", Benedetto da Norcia? Come ci ricordano le preziose pagine dei Dialoghi, redatte da Gregorio di Tours (vescovo nonché grande storico dell’età merovingia) San Benedetto “non era sicuramente un uomo fatto per le esercitazioni retoriche, e per additare le folle, non era nemmeno un rivoluzionario che seminava tumulti nelle vie e nelle piazze affollate di laici”. Benedetto da Norcia era bensì un animo inquieto, che prima di fondare l’ordine a Cassino e di incontrare la serenità e la fermezza d’animo, dovette affrontare i propri fantasmi, uno ad uno, per poterli esorcizzare e, domandoli, costruire con serenità la sua strada. Il suo percorso interiore lo portò anche all’autoisolamento per ben tre anni in una spelonca nei pressi di Subiaco. E finalmente dopo diverse prove, e altrettante delusioni, sembrò trovare la sua strada a Monte Cassino: “ed ecco sorgere il monastero: l'oratorio, la biblioteca, il dormitorio, il refettorio, la foresteria, il forno e il molino, la cucina e la lavanderia, le officine, e l'orto, e il cimitero, e la torre sul dinanzi; donde il Santo tra cure e letture, meditazioni e preghiere, veglierà sull'ingresso del chiostro; donde avrà la visione del mondo intero compendiato in un raggio di sole”. 

Lì fra quelle pareti amiche nacque la Regola benedettina, vergata di proprio pugno, improntata ai sentimenti di fraternità, rispetto, laboriosità e preghiera. Al centro della sua idea il sogno di poter realizzare una vita sociale nuova, definita da due compiti principali: riconoscere Dio («ora») e impegnarsi attivamente nel lavoro manuale («labora»). In questa nobilitazione del lavoro viene dunque ribaltata completamente l’impostazione del pensiero greco-romano secondo cui la fatica per il lavoro fisico dovesse essere relegata (spesso in maniera sprezzante) alla classe inferiore degli schiavi.

Per quanto poi concerne l’ordinamento “politico” la Regola si dimostra ampiamente democratica e livellatrice: non ci sono restrizioni per chi voglia far parte della comunità, tutti, dal servo al libero, dal Barbaro al Romano, possono entrarne a far parte, purché se ne mostrino degni. La legge che governa questa convivenza è una sola, semplicissima e quasi irraggiungibile nella sua compiutezza: tutto l'amore possibile, con l’eccezione dell'amore di sé stessi.

Nei monasteri benedettini non vale l’ordine gerarchico dell'età, ma l'anzianità di professione monastica e la discrezionalità dell'abate, primus inter pares fra i monaci. Sotto la sua guida sobria e discreta, il monastero diventa una "repubblica autoritaria orizzontale", dove tutti possono e talvolta debbono esser chiamati a consiglio e dove nessuno conta come persona singola. Così concepita e ritmata da precise regole ferree (pregare leggere lavorare) l'esistenza del monaco, potrebbe apparire scialba e senza prospettiva se non immaginiamo dietro ad essa lo spirito che San Benedetto voleva infondere alla sua creazione: “un sentimento complesso di serena, superiore armonia, di alacrità pratica e spirituale, di generosa indulgenza e di severità, di una nobiltà e d'un candore che trionfano di tutte le esperienze”.

Contrariamente a quanto si possa pensare, poi, il monaco non è abbrutito dalla sofferenza:l'abito si conviene al decoro, ai luoghi, alle stagioni; sufficienti alla sanità e al benessere il sonno e il cibo: consentito anche il vino. Tutto è disciplinato: il calendario e l'orario giornaliero, la liturgia, lo studio, il lavoro, la quantità del mangiare e del bere, il servizio di cucina e di guardaroba. Tutto, ma senza meschinità, senza grettezze, con quella sana discrezione che, chi la sa intendere, veramente illumina e ammaestra”.

Civiltà e devozione si uniscono, infine, per definire ciascun momento della vita in comune: il canto, la lettura, la refezione. Si richiede un discorrere misurato, che non è silentium, ma taciturnitas:quel parlare soave, e il rifuggire dallo scherzo e dal riso smodato, quel portamento alacre e pieno di compostezza, quella carità fraterna fra uguali, fatta di reciproco amore e d'obbedienza e di rispetto, e l'umiltà verso il padre e gli anziani”.

Tutta questa attenzione ai diversi momenti della giornata imprime alla società monastica un carattere umano di dignità e di nobiltà e al tempo stesso di rispetto per sé stessi e gli altri, a quei tempi impossibili da ritrovare altrove. In tutta onestà, difficile da riscontrare anche ai giorni nostri.

E, in definitiva, per quale motivo oggi la riscoperta del monastero e delle sue regole possa fungere da guida per una via alternativa alla costruzione di un uomo nuovo? Forse perché il monastero rappresentò per lunghi secoli un magnifico polo di attrazione incorporandosi con tutto il suo potenziale di virtù umane, nel flusso del mondo, svolgendo una grandiosa azione economica, sociale, culturale, che fece dei Benedettini i maestri e gli agricoltori d'Europa e trasformandosi all’occorrenza in banca, laboratorio, azienda agricola, scuola, biblioteca.

Un altro merito che gli va riconosciuto è quello di essere rimasto quasi sempre indipendente  dalle scelte e dall'ingerenza della Chiesa rappresentando per essa “una riserva delle buone energie nelle ore di smarrimento e di battaglia”.

E al giorno d’oggi  dunque? a quale monastero votarsi e dove cercare focolai di speranza in mezzo al mare magnum dell’indifferenza? del relativismo indivisualistico o del soggettivismo emotivistico, per dirla alla MacIntyre. Domanda da un milione di dollari.

Un uomo nuovo, che abbia finalmente smesso di gravitare egoisticamente su sé stesso e attorno al proprio io per meglio identificarsi con la sua comunità e con i bisogni collettivi, non è di certo un approdo semplice da raggiungere. Purtuttavia, in ogni tempo, non escluso il nostro, la società ha proposto ideali che aiutassero l’uomo a sollevarsi dalla miseria e dalla bassezza che spesso il vivere in società comporta. Il Mahatma Ghandi, il Dalai Lama piuttosto che Martin Luther King sono solo alcuni fra questi esempi e modelli positivi da tenere in considerazione nell’ultimo secolo. La virtù umana non ha religione, lo sappiamo: solo regole da rispettare. Lo stesso Papa Francesco, per fare un altro esempio, sembrerebbe probabilmente incarnare  quella figura contemporanea  vicina a San Benedetto, di cui parlava MacIntyre.

Ma il punto sostanziale è che gli "esempi" non sembrano bastare più di questi tempi. E qualsiasi aspetto del nostro vivere (argomenti, istituzioni, idee, persone, modelli e società) sembra diventato irrimediabilmente oggetto di profonda divisione e di cieco fanatismo fra gli uomini. Un aspetto per nulla secondario con cui si dovrà fare i conti d'ora in avanti. Vax / no wax è solo l'ultima (e anche la più banale),  in ordine di tempo, delle categorie dicotomiche in cui gli uomini si vanno dividendo, asserragliati gli uni e gli altri dietro ad un'invalicabile certezza, a dispetto persino di "prova empirica".

Il sospetto è che forse abbiamo buttato alle ortiche un’occasione d’oro durante questa parabola pandemica, quando lo spirito di ognuno di noi era più incline all’ascolto e alla riflessione, meno carico di sovrastrutture e più ben disposto alla solidarietà. Lì, in quello spazio preciso, che ognuno di noi conosce bene, si sarebbero potute gettare le basi per un uomo nuovo. Lì, ognuno di noi avrebbe potuto e dovuto prevedere di costruire un'alternativa, un nuovo modo di essere e di rapportarsi agli altri. No, non ha funzionato. La sensazione, come si diceva all’inizio di questa riflessione, pare invece di tutt’altro segno. In questo spazio potenziale sembra siano ritornati prepotentemente per restarci a lungo vecchi fantasmi e cattivi maestri. E nemmeno San Benedetto sembra poterci fare più nulla. Con buona pace del filosofo.

Sic transit gloria mundi. Amen

23 novembre 2021

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