BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Illiberali di sinistra, unitevi

 

Il liberalismo classico occidentale scricchiola dalle fondamenta. Quella corrente di pensiero che crede che il progresso venga determinato dal dibattito e dal confronto delle parti, che difende la libertà dell’individuo, il libero mercato e un misurato intervento dello Stato sembra attraversare oggi un gran brutto periodo. Fino a qualche tempo fa, il liberalismo sembrava doversi guardare le spalle da un certo tipo di destra. Dal complottismo e dal negazionismo di matrice trumpiana. Da quelle sinistre correnti di pensiero che si trovano a proprio agio quando rinnegano la scienza, lo stato di diritto, la ragione stessa a vantaggio di un’emotività di convenienza, spesso diretta verso un pericoloso populismo di stampo nazionalista ed illiberale. Esempio prodigioso di questo credo ideologico arriva dal Texas, con la recente notizia della conferma della legge che punisce l’aborto.

Ma la vera notizia è che da qualche tempo la ragione di esistere del caro vecchio liberalismo (per capirci, quello che ci arriva per discendenza diretta da Kant, Locke e Montesquieu) sembra essere messa in pericolo nientemeno che da sinistra. Non che le mancassero motivi di frizione o di scontro aperto da quella parte. Ma era convinzione comune che una buona parte di quel mondo che le confinava a sinistra condividesse con i Liberali molti valori basilari: fra cui la difesa della libertà dell’uomo, senza distinzioni di razza o indirizzo sessuale, il desiderio di cambiamento e la fiducia nelle magnifiche sorti e progressive. Quanto sta accadendo in questi ultimi anni sembra invece scavare un solco profondo fra i due campi. E non è solamente un problema di metodi, ma anche di contenuti.

È quanto si premura di dimostrare l’ultimo numero di The Economist, la cui prima pagina è dedicata alla “minaccia della Sinistra illiberale”, tracciando un interessante profilo sulle derive del progressismo made in Usa, i cui effetti rischiano di propagarsi e di lasciare scie pesanti anche nel vecchio continente. L’autorevole settimanale britannico, che non ha mai fatto mistero delle proprie idee di stampo liberale, non sembra usare le mezze parole nel richiamare un pericoloso precedente nella storia: “proprio come un secolo fa quando i tumori del bolscevismo e del fascismo cominciarono a mangiare dall''interno l'Europa liberale  … è tempo che i liberali capiscano con cosa hanno a che fare e reagiscano”. Una presa di posizione netta e precisa, anzi un allarme che stupisce, considerando anche la tradizionale sobrietà della sua linea editoriale.

Ma in cosa consiste questa minaccia a Sinistra? E qual' è l'identikit del progressista illiberale al centro di questa filippica? La “minaccia” pare arrivare dai campus universitari, da parte di quella élite di giovani laureati, nella maggior parte dei casi bianchi (white americans), figli di una middle class impoverita e in decadimento, e che ha trovato lavoro nei media, in politica, nell’economia e nella scuola, portando con sé l’insicurezza di questi tempi e un’agenda carica di nuove parole d’ordine, fra tutte: wokeness, o risveglio (delle coscienze), giustizia per le minoranze oppresse, equità per tutti e smantellamento delle vecchie gerarchie sessuali, razziali e di qualunque altra natura. E fin qui, nulla da eccepire: la sinistra che fa la sinistra non dovrebbe stupire nessuno. Neppure il più bigotto degli editorialisti.

Senonché, una base teorica così sostanziosa non poteva rimanere seppellita nelle aule dei campus universitari. Ma era destinata a fare presa su larghe fette di società. Specie se inquadrata  in attivismo e alimentata da un efficiente marketing politico . Ma tutto ciò sarebbe rimasto lettera morta se negli ultimi anni non fossero accaduti degli eventi che hanno accelerato questo processo di radicalizzazione del movimento: l’elezione nel 2017 di Trump, la crisi finanziaria, e specialmente l’uccisione di diversi giovani neri da parte di poliziotti bianchi, soprattutto l'omicidio di George Floyd, da cui è nato il famoso movimento Black Lives Matter.

Benzina sul fuoco che non ha  fatto altro che avvampare gli animi già peraltro parecchio esagitati. Questo sentimento crescente di ingiustizia, supportato da alcune teorie marcusiane, come quella della “tolleranza repressiva”, sembrerebbe quindi aver portato verso un modo di affrontare il mondo e le sue complicate questioni con u occhio via via sempre più vitreo, distaccato, meno sensibile alla diversità e, in in una parola, illiberale: un  mondo dove la libertà di parola può e deve essere negata, se non in linea con la propria ideologia; un mondo dove per metter fine all’oppressione delle potenti caste contro le deboli minoranze, è necessario cancellare il credo liberale del confronto. Come dire, la pietra tombale per un dibattito aperto, democratico e liberale.

Dalla morte di Floyd in poi non si contano più, in effetti, gli interventi pubblici cancellati dalle Università ad opera degli attivisti, a danno di politici, economisti e giornalisti, dichiarati indegni di poter condividere il proprio pensiero perché collusi con il sistema capitalista che, per dirla con uno dei guru del movimento, Mr. Kendi, “è essenzialmente razzista, così come il razzismo è essenzialmente capitalista”...

Ma in definitiva, cosa c’è di male nel difendere gli interessi delle categorie più deboli, i neri, i latinos, i gay? Dopotutto, in ogni tempo la sinistra per rompere gli schemi e spezzare il sistema incancrenito ha dovuto misurarsi con la violenza (nelle rivoluzioni ad esempio) facendosi talvolta  più cinica delle lobby e dei potentati da cui cercava di volta di affrancarsi. E allora? cosa c’è allora di così allarmante in tutto ciò adesso, e perché i liberali parlano di una seria minaccia illiberale che arriva da sinistra?

Difficile dirlo con precisione. In realtà, se si riesce a leggere bene nei chiaroscuri, quello che il liberalismo sembra rimproverare alla nuova sinistra è il voler alimentare, artatamente, per convenienza e partito preso un odio di classe che rischia di sfociare in un pericoloso  gioco al massacro. In più, in virtù del supporto ottenuto sui social media che ne convoglia e amplifica il consenso, l'altro rimprovero che le muove è quello di ergersi a sistema unico ed indiscutibile che tende ad auto assolversi giustificando le varie forme di violenza fisica e psicologica in cui si lascia trasmettere.

Recenti sondaggi effettuati in America mostrano come sia cambiata la percezione del problema dei neri nel paese: nel 2013 solo il 40 % dei bianchi americani intervistati indicavano nella “discriminazione razziale” la ragione del ritardo della comunità nera, contro nientemeno che il 70 % di oggi. Allo stesso modo nel 2013 più del 70 % di americani pensava che i rapporti fra bianchi e neri fossero normalizzati, contro il 42 % degli intervistati di oggi. Differenze importanti che danno l'idea di un cambio di paradigma. Una scia sulla quale la politica progressista americana non ha mancato in questi ultimi tempi di allinearsi.

Il Partito Democratico americano, capofila lo stesso presidente Joe Biden che, sorprendentemente, in questo campo si colloca più a sinistra dello stesso Obama, non ha mancato di cavalcare la nuova corrente del wokeism: infatti, il tema del risveglio delle coscienze e quello della giustizia-sociale, sembrano assorti in cima ai pensieri della nuova amministrazione, con la creazione di fondi dedicati alle minoranze e alle comunità svantaggiate.

Sorprendentemente lo stesso sta accadendo nel mondo del Capitale...così tanto bistrattato dalle teorie della sinistra progressista. Facebook ad esempio promette di assumere il 30 % in più di neri nelle posizioni di leadership e fissa il suo obiettivo al 50 % del totale della forza di lavoro entro il 2023. Oppure il gigante della grande distribuzione americana Walmart che mette su un Centro per l’Equità Razziale disponendo una valanga di milioni di dollari da destinare solo ai dipendenti di colore. Non solo. La stessa industria culturale e d’intrattenimento ha ormai fatto la propria scelta di campo. Non è un mistero che Netflix, abbia già da tempo tarato il proprio algoritmo sul political correct investendo su un’importante quota di prodotti che strizzano apertamente l’occhio alla comunità LGTB. Non sono poche infine le  Big Tech che hanno da tempo ormai virato verso i dettami della sinistra progressista, con in mezzo tutte le contraddizioni del caso: il capitalismo che si piega alle teorie progressiste, lasciando però intatto il potere del proprio monopolio. Un' ipocrisia figlia di questi tempi davvero strani.

Eppure, sembra questa la vacca grassa da mungere in questo particolare momento storico. E la sinistra pare abbia beccato la vena che conduce ad una grande miniera che si allarga fino a contenere tutto e il contrario di tutto. Il nuovo credo della sinistra progressiva e illiberale offrirebbe dunque una miriade di vantaggi: intanto quella di essere dalla parte dei vinti, dei poveri, dei negletti, degli ultimi; poi si auto investirebbe del gravoso compito di combattere la propria nemesi, la destra illiberale di matrice trumpiana, complottista, negazionista, rozzamente nazionalista e irricevibile in quanto tale; ed infine si caricherebbe del merito di aver convinto il capitale a passare dalla propria parte. La strategia, in ultima analisi, di un disegno politico in cui ci sta dentro tutto e il contrario di tutto: dal capitale al sociale, dalla politica all’informazione, dall’intrattenimento alla cultura tout court. Game, set, match. Un capolavoro, se dovesse essere davvero così.

Chi sembra invece non abboccare all’amo sono i liberali di lungo corso che si sentono a questo punto minacciati nella propria esistenza, arroccandosi dietro al famoso detto di Milton Freidman: “una società che antepone l'uguaglianza alla libertà non finirà con nessuna delle due”. Per loro quello della sinistra illiberale è solo l’ennesimo tentativo di coercizione e rimangono invece convinti che questo esperimento sia solo l’altra faccia della stessa medaglia: di quella destra populista che pensa anch'essa di avere un piano per liberare i gruppi oppressi ma che in realtà non fa altro che dividere spaccando la società in tanti rivoli e minando pericolosamente la pace fra le classi sociali.

Chi vivrà vedrà. E in Italia?... Da noi si aspettano forse tempi maturi per poter imbastire un sereno dibattito sull’argomento. Senza magari essere censurati o bannati.

8 settembre 2021