BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Germania, la prima della classe

 

Chissà come si sarebbe presentato lo skyline delle città tedesche  se solo nel lontano 1945 la Germania avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale? Di certo il salotto dei suoi capoluoghi avrebbe esibito una sfilza di archi di trionfo, un discreto numero di obelischi eretti verso il cielo ed innumerevoli statue di bronzo inneggianti alla Vittoria, molti più di quanti non ve ne siano al giorno d'oggi nel centro di Berlino, Monaco, Colonia o anche di Amburgo.

E chissà fin dove si sarebbero spinti i propri confini orientali da sempre oggetto del desiderio dei sogni germanici? Sarebbero riusciti ad assorbire l'intera Polonia? E quanto territorio dell'allora Unione Sovietica e dei Paesi Baltici sarebbe passato sotto il controllo tedesco? Non dimentichiamo che già durante la massima espansione dell’Impero Prussiano a fine Ottocento molte città del Baltico erano state perfettamente germanizzate e che la lingua di Goethe era di casa fino ad 800 km ad est di Berlino, fino all'odierna Kaliningrad: la vecchia Koenisberg, patria fra l’altro di una colonna della filosofia mondiale, Emmanuel Kant.

E spostandoci un po' più a sud, in caso la Germania avesse avuto la meglio nel '45: sarebbe mai riuscita a sopravvivere  la Cecoslovacchia? poi smembrata dalla Storia in una Repubblica Ceca e una Slovacca... E fino a dove si sarebbero spinti i confini a sud dell'impero del Terzo Reich, oltre l'Austria? Quanta della vecchia Mittel-Europa avrebbe parlato la lingua tedesca? Quanti Balcani  sarebbero entrati al giorno d'oggi nella Grande Germania?

Mentre, cambiando versante, ad ovest, spazio tradizionalmente alieno alla sua portata: quanta Francia avrebbe controllato direttamente Berlino? Esisterebbero ancora i Paesi Bassi? e il Lussemburgo? o sarebbero stati inglobati ai territori fiamminghi e valloni e farebbero ora parte di un unico grande Lander ?

Tutte considerazioni parecchio oziose, me ne rendo conto, dal momento che la Storia (fortunatamente aggiungerei) è andata da un'altra parte e che la Battaglia di Stalingrado è lì, sui libri di storia, a ricordarcelo. Apparentemente, tutto ciò sarebbe dunque materiale da catalogare per una fiction su un futuro vagamente distopico, o per essere precisi, per una ucronia, come quella descritta nel bellissimo romanzo Fatherland di Robert Harris. Un what if che lascia spazio a qualche appassionato del genere e probabilmente ai nostalgici di quei tempi cupi in cui si decise l’assetto del mondo così com’è ancora oggi.

Se plasmare ucronie ci può aiutare nel fine esercizio  intellettuale dell' immaginazione spingendoci a pronosticare scenari probabili ma evidentemente  indimostrabili, per prevedere scenari politici futuri, a media e a lunga gittata, serve invece ancorare l'analisi a dati e aspetti ineludibili e pertanto oggettivi: la "variabile" fissa della Geografia è una delle più rilevanti. Si tratta di studiare lo spazio entro cui le nazioni vivono e lottano, prosperano e soffrono  oppure muoiono lentamente (vedi la Jugoslavia). Ancora oggi mari, fiumi, montagne, clima e confini fisici, oltre che politici, dettano legge sulle prospettive economiche delle nazioni, si riflettono sulle loro scelte politiche militari e strategiche e spesso ci rivelano il loro stato di salute.

La Germania non è sempre stata la' dove si trova adesso. Compressa fra il mondo latino ad ovest e sud-ovest, dal mondo slavo ad est, tenuta d’occhio con estrema circospezione dai cuginastri scandinavi che fungono quasi da attento cane da guardia da Settentrione; ed infine braccata dall’accesso verso un mare caldo dalla insormontabile catena delle Alpi, la Germania dalla sua costituzione si è ora allargata e ristretta, come una fisarmonica, a secondo di dove tirasse il vento.

Era inevitabile che fra il mondo germanico e i suoi immediati vicini di casa si creassero nel tempo una serie di regioni cuscinetto, spesso motivo di asperrime contese: ad esempio l’Alsazia, al confine francese; la già citata Prussia orientale, sul versante polacco; i Sudeti oggi territorio della repubblica Ceca, il Limburgo, sorta di appendice dell'Olanda del sud; e, volendo forzare, la Svizzera come si vedrà più avanti, falso amico storico della Germania. Pezzi di territori che potrebbero tranquillamente oscillare da una parte e l'altra del campo, in una sorta di contesa ideale fra il mondo germanico e i suoi vicini più prossimi.

Quello orientale è sempre stato il limes più incerto e combattuto della Germania. Molto più di quello occidentale, dove già dal 79 d.c. lo storico Tacito ci aveva lasciato testimonianza di un confine preciso fra l'Impero Romano e il Mondo Germanico, compreso per larghe linee oltre il solco dei due grandi fiumi: Reno e Danubio. Fu al di là dei due fiumi che si ammassarono le popolazioni germaniche e/o gotiche che, con il passare del tempo, dovettero trovare il modo di difendersi dal disordinato sopraggiungere di popolazioni di un altro ceppo: gli slavi. Da lì la millenaria guerra contro gli slavi spesso per un fazzoletto di terra. Battaglia dopo battaglia. Ora al di qua, ora al di là di uno degli innumerevoli fiumi che sfociano sul Mar Baltico.  Fino all’avvento di Adolf Hitler che aveva tramutato il sogno prussiano della Grande Germania in uno dei peggiori incubi della Storia: la ricerca spasmodica del Lebensraum, lo spazio vitale che avrebbe consentito alla Germania di comandare il mondo.

In estrema sintesi, in quello spazio vitale più volte negato, si può ancora oggi ritrovare parte degli echi di una frustrazione sottotraccia e di un disagio storico tutto di matrice tedesca: quell' amaro retrogusto cioè di sentirsi i primi della classe eppure di essere relegati ad una sorta di ristrettezza che non rende l'onore dovuto.  Spia di una malcelata volontà di egemonia (culturale, economica e militare) sullo spazio circostante che, a torto o a ragione, viene percepito come proprio.

Facendo ancora un passo indietro: fra i grandi paesi che uscirono fuori dall'Ottocento, la Germania era di certo quella politicamente meno solida e meno stabile, dal momento che era stata l'ultima fra le grandi nazioni europee ad ottenere l'Unità, nel 1871: un decennio dopo l'Italia, quasi un centinaio di anni dopo la Rivoluzione Francese e quasi un migliaio di anni di ritardo dal seppur turbolento Regno d'Inghilterra. Una nazione dunque giovane, la Germania, nata dall'incrocio di almeno due modelli diversi (quello prussiano e quello dei principati del sud), ma sicuramente ambiziosa, spavalda, sicura di sé e molto volitiva. Mutatis mutandis, guardacaso sono sempre le stesse caratteristiche che ritroviamo all’interno della tradizione storica  teutonica, oggi per fortuna declinati in un contesto oramai pacificato e di rilevanza solo squisitamente commerciale e geopolitica.

La Storia è fatta da sorprendenti ricorrenze e da inaspettati ritorni, ogni volta mascherati da dinamiche completamente diverse. E non è un caso che la  Storia si ripeta: proprio perchè la geografia si ripete, nel tempo, quasi sempre simile a sé stessa. Ed è stata spesso la geografia a favorire o penalizzare i popoli germanici. 

L'assimilazione con i popoli latini non è mai stata una seria opzione: troppo diverse le due basi culturali. Ad ovest, Berlino ha forse avuto sempre soggezione di Parigi. L'ha sempre guardata con ammirazione ed invidia, come si fa probabilmente verso una principessa da corteggiare, con le buone maniere e da impalmare, nella migliore delle prospettive. Un faro probabilmente verso cui dirigere le proprie città, specie quelle del centro sud, rigide nelle loro vecchie tradizioni, chiuse e un po’ provinciali: Stoccarda, Norimberga, Coblenza, la stessa Colonia, per non parlare delle orientali Lipsia e Dresda.

Discorso simile ma non uguale con Roma dalla quale Berlino subisce un fascino diverso: il fascino storico e il conseguente rispetto che le ispira la città eterna. In questo caso più che il corteggiamento di una principessa, l'attività diplomatica e l'indirizzo culturale tedesco verso Roma è stato quasi quello che si riserva ad una anziana reggente, alla quale ci si approccia con deferenza e affettazione ma che, si vede lontano un miglio, non può rappresentare l'oggetto del suo desiderio.

L'est invece è sempre stato un territorio di conquista per la Germania, il proprio "far west" dove si estendono le vaste praterie che circondano Praga, Varsavia, Budapest, Pressoburgo (odierna Bratislava). Laddove i soldati tedeschi si sono sempre sentiti più a casa, rispetto che a Parigi, Roma o Madrid. E che le capitali dell’est non abbiano mai ispirato a Berlino folli amori romantici, quanto piuttosto delle relazioni di convenienza, è stata spesso la storia a dimostrarcelo, con matrimoni finiti male, anzi malissimo, con derive financo kafkiane. 

Oltre alle due grandi famiglie di estranei, latini e slavi, con cui è costretta bene o male a relazionarsi, da sempre la Germania deve fare i conti con la propria famiglia. C'è stato e c'è tuttora un rapporto speciale che lega Berlino a Vienna, per quanto le due città siano da sempre state incredibilmente diverse: quasi agli antipodi. Diceva Karl Kraus, scrittore di lingua tedesca nato in Moravia: “A Berlino si muove così tanta gente che non si incontra mai nessuno. A Vienna invece si incontra così tanta gente che nessuno si muove mai”. E come spesso capita fra anime molto diverse, spesso sboccia l’amore, complice anche un comune sentire oltre che la stessa identica lingua natìa. E lo sapeva bene Hitler (di origine austriaca) che prima di buttarsi a capofitto nella Guerra, andò a bussare alla vecchia casa degli zii austriaci per chiedere supporto (l’Anschluss del 1938). Un rapporto di familiarità dunque, intercorre da sempre fra le due culture affini,  cementificato nel dopoguerra dal dover affrontare sorti comuni.

Tutt'altra pasta Zurigo che, per evitare di essere risucchiata dalla sfera di influenza di Berlino, da sempre parla per bocca di Berna, meno tedesca, più fuori mano, più nascosta, ai piedi di montagne aspre e selvagge e attorniata da pittoreschi laghi. Da quelle parti, i tedeschi di Germania non si sentono a casa più che a Madrid o Dublino. E seppure una parte consistente della Svizzera parli tedesco, ci si può scommettere che gli elvetici non troveranno difficoltà a tagliare fuori dal tavolo della discussione un convitato tedesco: basterà loro chiudere qualche vocale, cambiare qualche parolina chiave, aumentare la velocità di esecuzione. E les jeux sont faits. Nessun tedesco capirà mai quello che gli svizzeri staranno tramando alle loro spalle, né più né meno di un francese o di un italiano con scarsa dimestichezza con la lingua tedesca. È sempre stato così.

Se gli Austriaci sono dei cugini di primo grado, gli abitanti della Confederazione Elvetica, forti della loro storia ultra centenaria (fondata nientedimeno che nel 1291), non si chiedono ormai più se e quali lontani rapporti di parentela abbiano in comune con i tedeschi di Germania. Perché gli svizzeri sono svizzeri e per loro l'utilizzo di una lingua non ha un valore politico; lo stesso che si chiamino Geiselbrecht, Resnais oppure Bernasconi: loro sono Svizzeri prima di ogni cosa.

Per finire, con buoni o cattivi rapporti di vicinato, circondata da parenti serpenti o da fastidiosi sconosciuti, spostando talvolta il proprio baricentro ora più a est ora indietreggiando di qualche centinaia di chilometri a ovest, la Germania è rimasta più o meno sempre da quelle parti: risorgendo negli anni del boom da una guerra disastrosa che ne ha segnato pesantemente il profilo psicologico; già capace agli inizi degli anni Settanta di imporsi fra le prime tre economie mondiali, alle spalle di Usa e Giappone; considerata potenza trainante negli Anni ’80; rallentata solo dall’Unificazione con la sua parte Orientale, rimasta gravemente indietro durante la DDR; ma prepotentemente tornata protagonista già all’inizio degli anni 2000. Per sfoderare oggi davanti all’Europa e al mondo intero i titoli di incontrastata Regina d’Europa.

Difficile tenerla a freno, questo ci dice la Storia: è nel dna dei tedeschi, nella loro laboriosità, nella forza mentale e nella dedizione alla causa che forse vanno ricercate le peculiarità della ricetta di Berlino. E nella indubbia qualita' dei suoi politici che malgrado le divergenze hanno saputo dare delle risposte ai problemi più importanti.  E' successo anche recentmente dapprima con la grave crisi economica del 2008, quando la Germania ha saputo riadattarsi in corso d’opera, passando dall’intransigenza del periodo dell’Austerità ad una impensabile flessibilità che avrebbe messo al riparo dalle turbolenze diverse economie europee più deboli (Grecia, ma anche Italia, Portogallo, Spagna e in misura minore la Francia). In seguito, durante i drammatici eventi della dittatura del Califfato in Siria, ha certamente stupito l’atteggiamento di apertura della Germania all’acquisizione di quasi un milione di profughi siriani in smobilitazione dal medio Oriente. Un gesto che ha segnato due colpi a favore dello stato tedesco: il primo, come contributo fattivo alla lotta al Terrorismo, e il secondo una vittoria nei confronti dell’ala più intransigente della propria società interna: quell’ estremismo di destra che con il partito dell’AFD ha segnato un preoccupante ritorno all’odio di matrice razzista. Un problema, va da sé, comune in tutta Europa.

Ora, a qualche settimana dalla fine dell’era del cancellierato di Angela Merkel, durato ininterrottamente quasi 18 anni, attraverso 4 lunghe legislature, ha senso chiedersi che tipo di Germania ci dovremo aspettare nel prossimo futuro? Direi proprio di sì. Ne va del destino di tutti noi. 

3 agosto 2021

PUBBLICATO SU:

https://www.notiziegeopolitiche.net/?s=Gianvito+Pipitone+