BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Il brivido freddo dell'oligarchia ... di J. Belbo

A proposito di crisi della democrazia. Ieri sera mi trovavo in un negozio di telefonia per comprare un caricabatterie.Davanti a me c’era una signora che stava chiedendo un cellulare, un Iphone. Non ho capito che modello volesse, forse il 13 o il 13 pro, non sono molto esperto.

E verosimilmente nemmeno la signora, considerato che si limitata a specificare che lo voleva “grosso”, non quello mini, ma “grosso, mi raccomando”.  Anzi ne voleva due, uno per lei e uno per la figlia, raccomandandosi che fosse “grosso” pure quello per la figlia.

“Quanti giga?” chiede il commesso. “Non so, non ci capisco niente. Cosa sono i giga?”

“La memoria, signora. Facciamo 128? mi sembra proporzionata per un telefono di questo tipo”

“Ah si. La memoria. Che mia figlia si lamenta che è sempre pieno, tra tik tok, foto tutte le altre cose”

“Va bene, signora, viene 2mila e 5 euro. Paga in contanti?”

“No vorrei fare un finanziamento, è possibile?”

“Certo. Lei lavora?”

“Si certo, ho il contratto da XY” “Bene, da XY, li conosco. È una bella azienda. Che fa? Tempo indeterminato?”

“Operaia. No tempo determinato. Per due anni”

“Il finanziamento viene 90 euro al mese, per due anni”

“Si può fare la rata più bassa?”

“Potremmo farlo a tre anni, 67 euro al mese. Ma non le conviene, pagherebbe più interessi”

“Non è importante; con la rata più bassa sono sicura che posso pagare sia le rate del telefono che le bollette. A 90 euro rischierei di saltare qualche rata. Però per tre anni…. Non so manco se ci dura tre anni questo telefono”

“Se ci sta attenta questi possono durare molto di più di tre anni”

“Lei non conosce mia figlia, però va bene…. Facciamolo”

Io in fila non potevo fare a meno di ascoltare. E non sapevo se provare tenerezza o sconforto per quella signora. Mi è sembrata indifesa da sé stessa, incapace a farsi due conti in tasca per tutelare sé stessa. Almeno un minimo. Da quel poco che ha detto ho capito che ha un contratto precario per due anni, con uno stipendio che rende difficoltoso il pagamento delle bollette ordinarie se vengono tolte 90 euro. Eppure si è impegnata per tre anni per pagare due iphone di ultima generazione.

Mi sono chiesto come farà a onorare il debito tra due anni, quando il contratto di lavoro probabilmente non le verrà rinnovato. O se le capita un imprevisto di qualsiasi tipo. Se le si rompe la lavatrice per esempio. Me lo sono chiesto io, ma ho il serio presentimento che lei non sia stata nemmeno sfiorata da questi interrogativi.

Ho provato tenerezza e sconforto al tempo stesso, per la signora. Ho il sospetto che in giro ce ne siano tanti come lei. Forse sono la maggioranza del paese E ho provato solo sconforto.

Ho ripensato all’ultimo articolo di Barry Lyndon, che rifletteva sulla crisi della democrazia (vedi:https://www.barrylyndon75.it/451473288).

Mi sono chiesto che Parlamento può uscire dal voto di una maggioranza di questo tipo. Mi sono chiesto se la democrazia autentica sia realmente praticabile o se non è piuttosto un’utopia, un ideale irraggiungibile. E se non sarebbe meglio una bella oligarchia aristocratica illuminata.

Tornato a casa sfoglio distrattamente un noto quotidiano e mi corre un brivido lungo la schiena leggendo un passaggio di un articolo di Ezio Mauro che riportava queste parole: “La democrazia agonizza in tutti i paesi del mondo. Può darsi che nel secolo scorso il capitalismo avesse bisogno della democrazia, oggi può farne a  meno….. Il secolo democratico del numero, della maggioranza e della quantità è finito: gli succede un secolo aristocratico. Lo stato di tutti finirà per tornare lo stato di pochi. Pochi ed eletti”

Non sono parole di un commentatore da talk show dei giorni nostri. Sono parole dell’inizio del secolo scorso, attribuite a Benito Mussolini, che a quanto pare le ha pronunciate nel gennaio del 1922. 100 anni fa esatti. 1922, l’anno della marcia su Roma.

Jacopo Belbo, Linea Gotica, gennaio ‘22

*foto originale dello stesso autore

L'arte di "addubbari" di J. Belbo

“Addubbari”: Accontentarsi di poco, arrangiarsi alla meno peggio, adattarsi temporaneamente in attesa di tempi o occasioni migliori. Essere capaci di “addubbari” è indubbiamente una virtù. Se necessario si può “addubbari” per tutta la vita. E questa è una virtù ancora maggiore. Il modo in cui “addubba” un contadino o un pescatore sono atti eroici, che non finirai mai di ammirare. Ma a volte si ha l’impressione che in Sicilia la capacità di “addubbari” da virtù si trasformi in difetto e diventi sinonimo di indolenza; “accontentarsi” anche quando ci sarebbero le condizioni per aspirare o pretendere qualcosa di più. Ed ecco che ciò che dovrebbe essere temporaneo diventa definitivo. Ci si accontenta di strade addubbate, di lavori addubbati, di vite addubbate. Ossimori viventi in una precarietà definitiva. L’indolenza e il modo “addubbato” in cui vanno avanti tanti dirigenti regionali dabbene appaiono criminali e la mafia ti sembra quasi il male minore, inevitabile in un contesto in cui ci si accontenta e si lascia correre tutto. Nni ni futtimmu.

Ed ecco che addubbari non è più la via per la saggezza ma diventa il presupposto dello sfacelo sociale e umano che tutti abbiamo sotto gli occhi. Montanelli diceva di Sciascia qualcosa che non ricordo alla lettera, ma il senso era più o meno questo: “come tutti i migliori siciliani è innamorato della sua terra per come è e la odia perché è come è”. La buona volontà e le intelligenze non mancano di certo, ma il sistema sembra più forte di tutto e, almeno al momento, cambiamenti radicali non se ne vedono. E così spesso ci troviamo dinanzi a un bivio: restare, cercando di fare la nostra parte cambiando quello che possiamo e accettando quello che non possiamo rischiando di ammalarci di ulcera? o andare lontano ripensando solo alle cose buone della nostra terra, rischiando di ammalarci di malinconia? Possiamo restare o andar via, ma raramente sperimenteremo la pienezza. Sembra quasi che il nostro destino possa essere solo uno: accontentarci. Addubbari, appunto.

Jacopo Belbo

5 luglio 2021 Linea Gotica

Siamo aristocratici o bulletti? di J. Belbo

 

L’unico psicologo che abbia vinto un nobel è stato Daniel Kahneman nel 2002. Per l’economia. Dopo aver studiato per anni i processi decisionali umani ha dimostrato che essi violano sistematicamente i principi di razionalità, specialmente in condizioni di incertezza. I suoi studi hanno avuto importanti ricadute sulle scienze economiche al punto che gli accademici di Svezia li hanno ritenuti meritevoli di un Nobel. Morale della favola: è scientificamente provato che siamo irrazionali. Irrazionali come le tante teorie complottiste in circolazione. Che, sia chiaro!, non sono venute fuori col Covid. Esistono da sempre e c’è l’imbarazzo della scelta: i Protocolli dei savi anziani di Sion, le scie chimiche, la sostituzione di Paul McCartney dopo la sua morte... I tempi di incertezza del Covid hanno dato nuovo vigore a fantasie del genere, irrazionali e maledettamente umane, che la maggior parte della popolazione fa proprie, in maniera quasi fisiologica. Il problema è che, pur avendo spesso un potenziale nucleo di verità, queste fantasie non si limitano ad essere innocue fake news o leggende metropolitane, ma si trasformano in vere e proprie trappole per truffe pseudoscientifiche. Per fortuna c’è chi riesce a mantenere un atteggiamento lucido e critico e non ci casca. Aristocratici dell’intelletto che dedicano tempo ed energia al tentativo di confutarle. Aristocratici che però troppe volte si trasformano in bulletti ratiosuprematisti che ripongono eccessiva fiducia nella logica contrapponendola al ragionamento fallace; paladini della scienza contro contro la massa di pecore ignoranti. Prendiamo uno come Burioni. Quello che dice è logico, razionale e ben fondato; ma dubito abbia mai fatto cambiare idea o anche solo minimamente vacillare uno solo degli odiati antivaccinisti. Addirittura ha intitolato un suo libro “La congiura dei somari. Perché la scienza non può essere democratica” È pacifico che il secondo principio della termodinamica o il teorema di Pitagora non saranno mai promossi o bocciati per democratica alzata di mano Ma qui il punto è un altro. Vogliamo brandire il nostro intelletto come la Durlindana di Rolando a Roncisvalle contro i saraceni, punendo e ridicolizzando i poveri “somari” che non credono nella scienza? O vogliamo aiutare le vittime delle pseudoscienze a uscire dalla loro condizione? Perché se è sacrosanto spiegare ai novax che i vaccini funzionano, è anche vero che bisogna riconoscere che alcune delle domanda alla base della loro diffidenza sono legittime. Per esempio credo sia giusto chiedersi se le case farmaceutiche facciano tutto per il bene della collettività o addirittura se non è arrivato il momento di ripensare il modello economico alla base della produzione dei farmaci. I sospetti e le domande di partenza dei complottisti sono spesso legittimi e le loro risposte, fantasiose e balorde finché vogliamo, sono le uniche con cui riescono a dare un senso a rabbia, frustrazione e incertezza. E noi che vogliamo fare? Trattarli come minus habens da ridicolizzare o sforzarci di intercettare quel nucleo di verità condivisibile, tentando di canalizzare in modo più funzionale il sacrosanto bisogno di “senso” che ci accomuna tutti indistintamente? Siamo aristocratici o bulletti?

di Jacopo Belbo

3 luglio 2021 Linea Gotica