BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

USA-RUSSIA: la guerra scongelata

Per tutta una serie di motivi il summit tenutosi ieri fra Joe Biden e Vladimir Putin a Ginevra, in una splendida villa affacciata sul lago a due passi da Ginevra, rischia di passare forse come l'incontro diplomatico dell'anno. Si è reduci infatti da lunghi mesi in cui la tensione fra i due paesi è salita fino al punto di ebollizione, all’indomani delle dichiarazioni di Biden che, non più tardi di marzo scorso, aveva definito “killerl’antagonista russo. In uno dei parossismi cui ci ha abituato il neo presidente degli Stati Uniti, probabilmente nello sforzo di segnare il proprio territorio. Una provocazione, si noti, che dall’era Trump, sembra quasi essere diventata la specialità della Casa Bianca. Con tutti i debiti distinguo del caso.

E che la tensione si tagliasse con il coltello lo si percepisce già dalle prime immagini che filtrano da Ginevra. Fin dalla nervosa stretta di mano che peraltro disattende il protocollo in tempi di pandemia. Più rilassato e disinvolto Biden, apparso a suo agio come l’indiscusso ospite del convegno, con quell’atteggiamento ecumenico da anfitrione che abbiamo imparato a riconoscergli. Un po' irrigidito, forse più legnoso del solito, impettito nel suo vestito blu notte è sembrato Putin che, alla cerimoniosità sopra le righe del suo antagonista ha opposto i suoi proverbiali stinti sorrisi. Specialità della casa. Insomma il solito Putin che, a discapito della sua grande potenza, ha veicolato negli anni una immagine pubblica a basso profilo, ritrosa, fredda quanto basta e a tratti dando quasi l’impressione di soffrire le luci della ribalta.

Impressione confermata anche dalla diversa postura dei due, nell’immagine che li ritrae nella splendida sala biblioteca, attorno all’enorme mappamondo. Un rilassato Biden è a suo agio stravaccato nel suo fauteuil, a gambe accavallate, mentre esterna costantemente il suo rassicurante sorriso a 32 denti accompagnandolo, ad intermittenza studiata, con l’apertura delle sue ampie braccia. Mentre, al suo cospetto, Putin, brevilineo e legnoso, sembra tradire tutta la tensione del momento, ancorato com'è in posizione attendista, a schiena dritta e gambe larghe e tirate. Spia di una navigazione attenta e guardinga, con i remi tirati spesso in barca. La postura dice spesso più di quanto non raccontino le parole stesse dei protagonisti.

Il programma di ieri non prevedeva peraltro nessun pasto in comune. Nessun momento di distensione extra che non fossero i colloqui bilaterali. Altro elemento inusitato fra incontri ufficiali di capo di stato. Ma in questa occasione, il simposio è sembrato davvero una forzatura di troppo in seguito alle tensioni accumulate nelle due cancellerie in questi mesi. Ulteriore spia di una dissonanza di fondo, la mancata conferenza stampa congiunta a fine incontro che, in sede di rapporti di cordialità, suole chiudere da protocollo i summit del genere.

Eppure ci sono diversi elementi per credere che quello di ieri si sia trattato di un sostanziale ottimo incontro di disgelo segnato oltre che dalla cordialità, anche dall'apertura e da un certo grado di fiducia reciproca. Al termine dell’incontro, durato circa 3 ore i due hanno parlato separatamente alla stampa, ciascuno con le proprie priorità e con un tono diverso sulle divergenze.

Il risultato più tangibile è di certo l'accordo sulla reintegrazione dei due ambasciatori nelle rispettive capitali, dopo che l'escalation verbale di marzo aveva portato le due cancellerie a ritirare i rispettivi capi diplomatici. Un sostanziale pareggio sembra poi arrivare da uno dei dossier più caldi sul tavolo: il trattato New Start, l’accordo che regola il numero delle testate nucleari in capo ai due paesi, su cui sembra non ci dovrebbero essere grosse differenze di vedute. Mentre sulla cyber security Putin ha negato le interferenze russe sui processi elettorali americani, respingendo con fermezza ogni addebito di aver ordinato i recenti attacchi cyber contro le istituzioni americane.

I dossier più spinosi rimangono quelli sui diritti umani, sulla libertà di espressione e quello sull’Ucraina, sui quali la sensibilità dei due paesi è nettamente diversa. La grana sul dissidente Alexey Navalny e l’accusa che Washington muove a Mosca di limitare la libertà di espressione, politica e di genere, sarà di certo in futuro uno degli argomenti principali che influiranno di più nel regolare la temperatura fra le due potenze. Un altro grande motivo di frizione rimane l’ormai annosa questione sui confini del Don Bass, laddove la Russia è accusata di continuare ad ammassare minacciosamente le proprie truppe a ridosso del confine ucraino. Anche su questo Biden non sembra disposto a cedere, in difesa della sovranità di Kiev, contro le ingerenze di Mosca.

Ma l’impressione è che l’appuntamento per affrontare meglio e più approfonditamente ciascuna delle varie questioni in sospeso è solo rimandato e che nel frattempo i due non se le manderanno a dire. A distanza.  E ciascuno nel proprio stile.  

17 giugno 2021