BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Un oceano di silenzio

Che non fosse la solita banale settimana primaverile, di questa estenuante seconda stagione di pandemia, lo si era capito fin dall' inizio. L'intensificarsi degli scontri fra Palestinesi e Israeliani, il ritorno dell'Italia finalmente in zona gialla, con la riapertura dei ristoranti (nei dehors) dopo mesi di passione, l’Etna che riprende la sua intensa attività e soprattutto la notizia della morte di Franco Battiato. Arrivato tutto di buon’ora, lunedi' con il caffe' del mattino, dal giornale radio del Sole 24 ore.

Notizia quest’ultima, e non solo per me, dall'impatto emotivo devastante. Comprensibilmente, ma anche inspiegabilmente. Dal momento che era chiaro ormai a tutti, da qualche anno, che l'artista siciliano avesse ingaggiato una complessa lotta contro la sua malattia, catalogata sotto il più impenetrabile riserbo, fra quelle maledette e incurabili e dal decorso irreversibile.

Senonché, mi capita spesso di far parte di quella categoria che, a dispetto di tutte le evidenze contrarie, si ostina sempre a trovare l’alba dentro l’imbrunire. Mi comprenderà pertanto chi si rassegna con estrema riluttanza alla cruda realtà materiale, specie quando l’argomento in questione investe la sfera di thanatos. E, a maggior ragione, quando thanatos finisce per stritolare nel suo abbraccio mortale personaggi dalla caratura così adamantina da essere considerati dei veri e propri miti. E come tali, considerati immortali. Quando dunque veniamo a scoprire che anche i nostri miti passano a miglior vita, siamo colti da un ineffabile sconforto: è come se una parte importante di noi muoia con loro. Quel sentimento raro e indescrivibile di tristezza misto a dolore che destiniamo alla perdita dei nostri cari e degli amici più stretti. Un’emozione difficile da manipolare che ci signoreggia, senza avere alcun rispetto per noi, quando sentiamo che la persona da cui ci si distacca è stata importante per la nostra vita, per la nostra storia, per la nostra crescita e per i nostri sentimenti.

Tutto ciò ci accade per quei legami invisibili ma indissolubili che abbiamo coltivato attraverso i nostri miti, guide o come li si voglia chiamare, che sotto forma di ologramma sembrano sovrintendere ogni nostro passo. Figure importanti per noi, a volte tanto quanto i nostri parenti biologici, perché scelti per affinita' e prossimità elettiva,  con  le quali abbiamo instaurato un incessante e muto dialogo nel tempo; con le quali sembra ci siamo confrontati, giornalmente, e confidati su quasi ogni piccolo grande risvolto della nostra vita.

Alla fine dei conti, ci giriamo sempre intorno, ma una cosa sembra certa, su questa terra o, almeno, nella nostra cultura (occidentale): nonostante i vari tentativi per esorcizzarla, la morte rappresenta ancora e sempre un maledetto taboo. Il più incrollabile. Nella società del post-tutto siamo riusciti a dissacrare ideologie, religioni, credenze, abbiamo smascherato ogni sepolcro imbiancato (mettendocene dentro degli altri, in realtà), ma alla fine ogni sorta di ragionamento e di elucubrazione mentale si ferma, impotente, di fronte all’inevitabile oceano di silenzio della morte. 

Forse perché il distacco dalla terra, ogni volta, per noi esseri umani porta con sé l'amara riscoperta dell’irreversibile, del non più e del mai più. E ci ricorda, senza troppi orpelli, quello che un momento prima è stato, e che non sarà piu'.  E per quanto meravigliosa e straordinaria possa essere stata la traccia lasciata dal morituro su questa terra, la notizia della sua morte fisica è e sarà sempre incomprensibile e pertanto inaccettabile. Da far sembrare quasi magra consolazione, la sua eccelsa opera.

Riposa in pace Zio Franco.

24 maggio 2021