BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Cinema vs Netflix: un algoritmo a servizio della settima arte?

 

Da un decennio ormai il Cinema attraversa una profonda crisi d'identità. Incalzata e sorpassata dalla monumentale offerta degli appetitosi prodotti delle piattaforme digitali (Netflix, Now Tv, Tim Vision, Amazon Prime, Infinity Tv, Rai Play), “la settima arte” sembra annaspare e, anche a causa della perdurante situazione pandemica, rischia di essere relegata sempre più ai margini dello Show Business. Almeno se non sarà capace, nel breve, di ripensare a nuovi spazi espositivi, rinnovare il proprio linguaggio, osare e prendersi i rischi di scelte stilistiche, formali e contenutistiche nuove e importanti.

Il Cinema, oltre a rappresentare un prodotto di larghissimo consumo grazie alla sua componente intrinseca  “spettacolare”, attraverso le sue forme più o meno artistiche, veicola immagini, suoni, e parole. In una parola: idee e, per proprietà transitiva, cultura. I film, in generale, ci dicono molto su di noi, sui nostri tempi, sui nostri desideri e sulle nostre paure. Ci raccontano quello che siamo, quello che non siamo e come vorremmo essere. Il Cinema, in definitiva, è come uno specchio che a volte deforma, a volte ingentilisce, e a volte ritrae la realtà tale e quale è. Ma sempre parlando di noi, esseri umani, alle prese con le più svariate pieghe della nostra esistenza. Ecco perché dovrebbe essere nell’interesse di tutti mantenere “libero da censure e condizionamenti" lo spazio della sua rappresentazione. Ne va un po' anche della nostra libertà personale di cittadini. Ma andiamo con ordine.

Premetto di essere diventato da qualche tempo ormai un buon consumatore di serie tv, passione che a poco a poco sembra aver (almeno temporaneamente) allentato il mio storico amore per il Cinema, o meglio sarebbe dire, per i film nati per il cinema. Il florilegio di serie tv con cui veniamo ormai bombardati dalle varie piattaforme “a pagamento” ci dice molto su dove si stia ormai indirizzando il gusto di noi telespettatori, oltre che sul modo di guardare alla “scatola televisiva”. L’inarrestabile performance delle “pay tv”, ci racconta infatti di come sia stata travolta e stravoltal'industria dei sogni” che un tempo aveva come unico vettore il Film, i cui contenuti venivano poi ribaltati sui palinsesti televisivi, oltre che (per i prodotti più commerciali) sul mercato delle vhs e dei dvd. Supporti questi ultimi che, nel giro di poco tempo, hanno perso il loro appeal e di conseguenza il proprio valore di mercato, sgonfiandosi come neve al sole di fronte alla nuova frontiera digitale. L’ondata pandemica e la conseguente chiusura dei cinema, non ha fatto altro che accelerare un processo che era già in atto e che da ora in avanti pone, a maggior ragione, l’industria del settore davanti ad un grosso punto interrogativo: quale potrà essere il futuro della “sala cinematografica” e del prodotto nato e concepito per essa, il film.

Oltre al cambio del “mezzo di fruizione” (l’home theater di casa propria che ha sostituito la sala cinematografica) è andato in confusione anche il prodotto stesso, nella forma e nella misura del film classico. Quello, per intenderci, la cui visione è compressa in un range che va dalla ora e mezza alle due ore circa. Il film a poco a poco sembra abbia lasciato la ribalta ad una forma di rappresentazione ad episodi, la serie tv, raccontata in diverse puntate ciascuna della durata inferiore ad un’ora e che, spesso, se di successo, viene declinata in diverse stagioni. In alcuni casi, per le serie più fortunate, anche per lunghi anni. Ne cito solo alcune che, oltre ad aver ricevuto un larghissimo consenso di pubblico, sono considerate dagli esperti le pietre miliari di questa relativamente nuova (ma non troppo, come vedremo) forma espressiva: Breaking Bad, Black Mirror, Bates motel, Homeland, Fargo. Ma l’elenco di ottimi "prodotti" sarebbe lunghissimo.

Tutto ciò, con buona pace della Critica della vecchia guardia, nostalgica del cinema di un tempo (ormai lontano) che, dapprima con imbarazzo e diffidenza, poi in maniera sempre più accomodante, mordendosi la lingua e martoriandosi probabilmente nel proprio orgoglio, ha dovuto a poco a poco aggiustare e rivedere la propria posizione nei confronti di questa nuova forma di racconto per immagini, di matrice industriale. Dando alle serie tv, se non lo stesso peso del film, almeno lo spazio che merita: nelle riviste di settore, nei dizionari, nei siti specializzati. Ancora adesso una certa critica “resistente” fatica a guardare alle serie tv come prodotti usciti fuori da consapevoli scelte autoriali, relegandole invece a una forma minore di rappresentazione filmica. E probabilmente a ragione veduta, ma anche questo lo vedremo dopo.

Di contro, l’industria cinematografica, specie quella hollywoodiana (ma anche gli indipendenti) oltre ad incassare pesanti colpi dalle agguerritissime piattaforme digitali, da qualche anno sembra confusamente correre ai ripari, cercando di diversificare la propria offerta e i propri investimenti e, in alcuni casi, di attivare sinergie con le piattaforme digitali, nel tentativo di non perdere il treno in corsa. Provando così a riequilibrare una battaglia che la vede soccombere su tutta la linea nei confronti del digitale. Purtroppo però, sembra ormai chiaro che, superata l’ondata del Covid, sarà tutta la filiera della distribuzione cinematografica ad essere ripensata. Certo, le sale non scompariranno all’improvviso, ma il loro ridimensionamento richiederà di certo una profonda trasformazione del loro ruolo.

Le serie Tv della nostra giovinezza

Le serie tv ad episodi, rilanciate dalle nuove piattaforme digitali a partire dal secondo decennio del Duemila, comunque, non sono di certo una novità. Fin dagli anni Cinquanta e Sessanta questa forma di racconto visivo ha suscitato un ottimo successo di spettatori, non solo in America ma anche sulle nascenti varie Tv nazionali e ovviamente anche in Italia. Senza voler qui fare una storia del genere, basterà ricordare che all’inizio di tutto ci furono i “teledrammi” o “sceneggiati”, gli antenati del genere, mutuati spesso dagli sceneggiati radiofonici. Fra questi Sentieri è certamente il più longevo, aprendo per altro la strada a diversi format che si trascinarono fino ad oltre gli anni Settanta, come il serial, la soap opera e le telenovelas che si distinguevano: l’uno per una discendenza più nobile (il feuilleton), l’altro per un numero infinito di puntate (Sentieri o anche Dallas) e l’ultimo, le telenovelas, diffuse in America latina, che avevano spesso un numero preordinato di puntate, ossia con un inizio e una fine certa. Tutti questi generi erano accomunati, almeno all’inizio, da una programmazione diurna.

Per le serie Tv più moderne, bisognerà aspettare gli anni Ottanta che rappresentarono il centro di propulsione di un incredibile numero di “telefilm”, come nel frattempo cominciarono ad essere chiamati. Chiunque abbia avuto la fortuna di vivere negli anni '80, senza troppa difficoltà potrà citare a memoria decine di titoli di “telefilm” a cui più è rimasto legato. Per quanto mi riguarda, ricordo con particolare piacere Hazzard, Star Trek, Charlie’s Angeles, il mio amico Arnold, i Robinson, i Jefferson, Happy days. Ma la lista sarebbe davvero lunga.

Così come sarebbe lungo citare l’evoluzione delle fiction negli anni Novanta che videro la nascita di un incredibile numero di filoni mutuati dai diversi generi cinematografici: commedie e sit-com, drammatiche, d’avventura, storiche, fantasy, gialle, mystery, musicali e perfino religiose. A partire poi dal nuovo Millennio la fiction televisiva è stata investita da una sorta di rivoluzione che ne ha cambiato le dinamiche di produzione, con la nascita di un nuovo genere di linguaggio artistico seriale: le “quality series” dei giorni nostri (appunto Breaking Bad, Fargo etc.).

Per comprendere come e perché le quality series siano da considerarsi una classificazione a sé stante di narrazione seriale televisiva, si deve tenere conto delle seguenti nuove caratteristiche: l’introduzione di temi in grado affrontare grandi questioni etiche, morali e spirituali del mondo contemporaneo; il favore del pubblico, non più popolare e mainstream come accadeva per i telefilm, ma composto anche da una audience più colta e raffinata; la capacità di sviluppare fenomeni di fandom, ossia di larghe comunità di fanatici e appassionati al seguito; il coinvolgimento di attori, sceneggiatori e registi “di grido”, fino a quel momento appannaggio solo dell’industria del Cinema. Il tutto con l’obiettivo di confezionare prodotti dagli alti, se non altissimi, standard qualitativi.

Così procedendo è facile intuire come le quality series siano arrivate a sfociare direttamente nel territorio che prima era stato per decenni il regno incontrastato del Cinema. Non solo del cinema mainstrem ma anche e soprattutto di un certo tipo di “cinema d’autore” che sottende una poetica, una visione del mondo e una certa aurea di autorialità. In poche parole, le quality series sono diventate concorrenti dirette del Cinema con la C maiuscola, potendo peraltro contare sui supporti digitali (l’home theater di casa) che rendono la fruizione da parte degli spettatori facile e immediata. Scacco matto al Cinema, si dirà. Probabilmente, ma non è detto.

Quello che certamente impressiona di queste pantagrueliche piattaforme digitali, Netflix su tutte, è l’incredibile dispiegamento di investimenti messi in campo e la volontà e la capacità di produrre e finanziare su larga scala un'offerta davvero incredibile di contenuti diversi, per ogni fascia d'età, per ogni gusto e per ogni aspettativa. O quasi.

Il Dibattito sulla libertà di espressione

A questo punto, parlando di prodotti culturali, non si può tralasciare l’elemento cui accennavo all’inizio di questo articolo, la “libertà di espressione”, e i modi in cui è possibile disattendere o aggirare questo principio inalienabile che dovrebbe essere alla base della nostra società democratica e occidentale.

Siamo dunque sicuri che questa interminabile lista di contenuti presenti nell’immenso catalogo di Netflix, sia comunque garanzia di pluralità delle sensibilità e che i temi e gli argomenti trattati, nonché la lingua con cui vengono veicolati questi contenuti siano rappresentativi di altrettante sensibilità? Se la realtà rappresentata da questi prodotti filmici ci parla dell’uomo in tutte le sue sfaccettature, di idee e quindi, in nuce, di politica con la P maiuscola, siamo sicuri che non ci sia il rischio che il sistema di riferimento cui fanno capo tutte queste idee, possa non essere in certo qual modo manipolato o subdolamente indirizzato?

Il dubbio è venuto a molti. E il dibattito che ne è scaturito, oltre ad essere spinoso e scivoloso pone molti interrogativi interessanti. Al centro della discussione c’è il famigerato “algoritmo” che, sostengono i suoi detrattori, ha permesso a Netflix di trovare una formula magica per dare agli abbonati solo quello che si aspettano di trovare, solo ciò che permetta loro di non uscire dalla propria comfort zone, solo quello che non sia divisivo, che non crei dissenso, che non provochi nessun e che, pertanto, possa essere considerato come universalmente accettabile.

Gli algoritmi di Netflix sembrano funzionare su due diversi livelli. Un primo livello permette agli spettatori di ricevere una serie di suggerimenti personalizzati sulle serie tv o sui film da guardare. Queste proposte vengono elaborate in base a dei dati precisi: in primis in relazione alle precedenti valutazioni di altri titoli effettuate dall’utente, e poi alle ricerche fatte da altri utenti con preferenze simili, alla preferenza di un genere, di una categoria o di un attore che ha già riscontrato l’interesse dell’utente. E fin qui, niente di male. Un secondo livello invece riguarderebbe un’analisi più sofisticata e approfondita delle abitudini e dei comportamenti degli spettatori, basandosi sul loro gusto medio e intervenendo già fin dall’atto creativo del film. In parole povere, secondo questo algoritmo, la produzione sarebbe in grado di determinare se una scena piuttosto che un’altra, una battuta al posto di un’altra, un filone narrativo o una soluzione registica piuttosto che un’altra, possano decretare il successo di un episodio oppure portare alla perdita di tot spettatori in quel preciso momento. Con il risultato che ogni "scelta artistica” sarebbe sottoposta al vaglio di censura, se non rispondente a criteri universalistici. Oltre che spudoratamente commerciali. Fosse davvero così, sarebbe quanto meno inquietante, no?

L’altra sera mi sono imbattuto in Twin Peaks, perlustrando uno di quei siti che permettono di scaricare dei contenuti a pagamento. La serie americana che negli anni 90 entrò nelle case di quasi tutti gli americani e che subito dopo ebbe un vastissimo successo planetario. Ammetto di essere stato allora uno dei pochi a perdermelo. A quei tempi, al liceo, eravamo delle mosche bianche.  Giocando probabilmente a far parte dei ribelli controcorrente… Così, senza pensarci troppo su, dopo aver scaricato la prima stagione, mi sono trovato in queste sere in compagnia di Laura Palmer and co.

Senza entrare nel merito né della storia né del contributo che essa può aver dato allo sviluppo delle successive storie di mistero, dark, giallo e poliziesco, generi a cui Twin Peaks si rifà, quello che invece ho da subito notato assistendo ai primi episodi di questa serie “cult” (girata ormai più di trenta anni fa) è una diversa “sensibilità”. Ad esempio: le scene di dolore e disperazione della madre dopo la scoperta della morte della figlia. Scene prolungate e iper realistiche che mi hanno colpito per la loro particolare crudezza. Probabilmente insostenibili per la nostra sensibilità attuale e forse catalogabili da molti telespettatori di adesso nella sezione “patetico”. Oppure, il ritmo lento del trascorrere della storia, con un montaggio rilassato, dai tempi filmici distesi, che lasciano spazio allo spettatore di interagire con la storia invece di subirla. E poi, un uso spavaldo della lingua, con dialoghi coraggiosi che vanno a braccetto con la descrizione di una società violenta, maschilista, omertosa e profondamente ingiusta.

Tutto ciò, a mio avviso, non dà solo la cifra stilistica del film, ma denota in certo qual modo il grado di sensibilità cui lo spettatore di allora era preparato: abituato ancora a “provare” o anche “subire” il dolore piuttosto che solamente “guardarlo” da lontano, più educato a “ragionare” insieme ai protagonisti della storia piuttosto che a passare da un colpo di scena all’altro, più avvezzo, infine, a “chiamare” le cose con il proprio nome piuttosto che a trovarsele cucinate in un linguaggio troppo spesso artificioso e standardizzato, come quello utilizzato da gran parte delle serie tv di oggi.

Political correct

Ed eccoci arrivati dritti all’altro grande nodo della questione: il political correct, terreno scivolosissimo dove a voler tenere le ragioni della “libertà di pensiero e di espressione” si fa in un attimo a precipitare nel baratro, additati come razzisti, maschilisti, primatisti, negazionisti e una pletora di altri aggettivi mutuati da altrettanti –ismi. Strani tempi. La questione del political correct è diventata così scottante e così centrale nel dibattito pubblico mondiale (ovviamente occidentale) tanto che negli Stati Uniti la scorsa estate un gruppo di intellettuali di diverse estrazioni politiche (la maggior parte di sinistra) ha pubblicato una lettera, “Lettera sulla Giustizia e sul dibattito aperto”, sollevando parecchia polvere, diverse prese di posizione e tante incomprensioni. Al solito, viene da dire, come capita spesso quando si cerca di prendere posizione contro un certo tipo di pensiero unico dominante. Conosciuta anche come la Lettera di Harper, questo breve documento, in difesa della libertà di parola, ha visto 153 firmatari. Tra cui gli scrittori J.K. Rowling, Salman Rushdie, Steven Pinker, la femminista Gloria Steinem, il cognitivista Noam Chomsky e la femminista ambientalista Margaret Atwood. Grandi nomi che di certo non hanno bisogno di farsi pubblicità, né di ritagliarsi un posto al sole, attraverso questo tipo di iniziative, dai cui effetti, in realtà, non hanno altro che perdere; eppure, ancora più apprezzabili perché coraggiosamente attivi nel prendere posizione all’interno della spinosa querelle. Nella lettera si sostiene la necessità del dialogo, anche con chi la pensa diversamente, l'importanza del dissenso, il rifiuto del politicamente corretto, imposto e autoimposto, di ogni censura e di leggere la storia con gli occhiali di oggi.

La lettera ha suscitato una particolare tensione nel dibattito intellettuale mondiale anche per il particolare momento in cui è stata pubblicata, ossia all’indomani dell’omicidio del giovane Floyd, il ragazzo nero ucciso da un poliziotto nel corso di un tentativo di arresto violento. Una situazione che ha innescato negli Stati Uniti una serie di violente proteste che hanno portato l’ala più intransigente del movimento Black lives matter a smantellare i simboli (o supposti tali) della “cultura primatista”, di razza bianca, compresa anche (per dire, la follia) la statua di Cristoforo Colombo a Minneapolis e in Virginia. Nella lettera si sostiene anche che "... le proteste non diventino abitudine alla gogna pubblica dell'avversario ideologico, né tendenza a risolvere complesse questioni politiche con una supposta certezza morale indotta da un dominante conformismo ideologico". Che è poi, in nuce, il rischio più grande. Il rischio in cui incorre chi si occupa di produrre Informazione, Cultura e Idee è proprio quello di essere silenziati, cancellati, oppure boicottati in massa (vittime dello stigma) se si dice qualcosa di non allineato. "Un rischio diventato troppo alto". Questo almeno sostengono i firmatari della lettera.

Inutile riportare le varie prese di posizioni e i vari distinguo all’indomani della Lettera. Come pare accada in ogni parte del mondo, il dibattito, specie se la querelle si tiene a sinistra del campo, non lesina mai di incunearsi fra i complicati e labirintici meandri del solipsismo onanistico. In parole povere, di chi se la canta e se la suona. Non se ne esce vivi. Ma, al di là delle posizioni e dei diversi toni e sfumature, il valore simbolico della Lettera, con tutti i rischi paventati, a mio avviso resta tutto.

Collegato strettamente a questo, c'è la tendenza di alcuni social verso l'ostracismo, che  non è altro che l'applicazione di questo principio a portata di mano di tutti. Mi riferisco alla “cancel culture”, problema di cui conosco i termini per sentito dire, dal momento che non sono presente da più di dieci anni ormai con un mio profilo sui social generalisti. Questa pratica, intesa come lo "smettere di dare supporto a una determinata persona", racchiude in sé, nel piccolo, tutto il potenziale distruttivo di una condanna. Una tendenza pericolosa che trova probabilmente le radici nel primo periodo della Cina di Mao e in un contesto di educazione in cui la rurale e ignorante Cina provava a dare forma ad un pensiero unico, condiviso e totale. Ad immagine e somiglianza di una dittatura.

Una società che vuole essere aperta, pluralista e progressista invece non credo abbia bisogno di “cornici” che ne limitino la libertà di espressione e per estensione la libertà di esistere e di essere diversi di ogni suo cittadino. In una parola, non allineati, espressione secondo me bellissima.

Via la censura!

Ogni periodo probabilmente presenta la propria cornice culturale di riferimento, fatta di cose che si possono e non si possono dire, di idee che si possono e non si possono esprimere e ogni periodo sembra destinato a doversela vedere contro i propri tabù da infrangere. Questi nuovi costumi e abitudini, è fisiologico, sembra debbano prima passare attraverso le lenti della accettazione “di gregge” (quasi per guadagnarsi una certa immunità) prima di essere accettati universalmente. Questa la considerazione di massima. Ma l'impressione è che, in questo caso, la limitazione o, al contrario, l'imposizione di certi canoni tematici, espressivi, linguistici o comportamentali risulti, alquanto antiprogressista e anacronistica

Per questo, forse, bisognerà rimanere all’erta, con gli occhi spalancati e le orecchie ben aperte. La libertà di espressione è un traguardo da tagliare ogni santo giorno. Pena l’assuefazione al pensiero unico.

A questo proposito, la buona notizia di questi giorni arriva dal nostro governo. Credo che vada vista in questa direzione l’approvazione della legge contro la censura, da parte del ministro Franceschini. Sembra così definitivamente superato "quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti". A me pare un’ottima notizia che la dice comunque lunga sullo stato di incresciosa dipendenza dal vaglio delle Istituzioni che il nostro cinema ha avuto fino a ieri. Per informazioni: chiedere in passato a Pasolini, Bertolucci, Antonioni, Monicelli, Germi etc. fino ad arrivare a Ciprì e Maresco.

Ma, e vi lascio con questo ultimo dubbio, questa legge sarà in grado di trasmettere nuova fiducia, linfa e coraggio ai produttori cinematografici per rischiare su tematiche più fresche, su linguaggi più genuini e su scelte registiche più autoriali e meno commerciali? Oppure si accoderanno anche loro al famigerato algoritmo di Netflix… Chi vivrà vedrà.

Un argomento insomma alquanto spinoso e complesso. E noi… che pensavamo semplicemente, o ingenui, di rilassarci davanti ad un’innocua serie tv o a un film …

 

15 aprile 2021