BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Un piano per annaffiare le nostre "rovine"

Diverso tempo fa, avevo appena 5 o 6 anni, per qualche mese a cadenza settimanale, i miei mi portavano presso un medico specialista per risolvere un piccolo problema che mi causava un po' di dolore fisico.

Durante il tragitto, che dalle più sperdute campagne marsalesi ci conduceva nel cuore della capitale lilibetana, a bordo della nostra fiammante Talbot grigio topo, si costeggiava un’area delimitata da un austero e sinistro reticolato. A quei tempi ero molto attratto dai prati e di certo non avrei avuto problemi a far rotolare, ovunque ci fosse una parvenza di verde, un pallone da inseguire insieme ad un nugolo di monelli. Figuriamoci lì, dove dietro alla chiesa di San Giovanni a mare, dal Capo Boeo e fino al Cine Impero, ad occhio avrei potuto mettere sù decine di campi di calcio.

Non si può giocare lì dentro, mi ricordava ogni volta mio padre pazientemente, te l’ho già detto: questa è una zona interessante, dove un giorno tireranno fuori una città sepolta, come a Pompei”. A quei tempi ero disposto a passare sopra il concetto di città sepolta. Forse immaginavo che le città, così come le piante e gli alberi, sarebbero ad un certo punto sbucate fuori dalla terra da sole, come d’incanto. Magari annaffiandole giusto un po'. Ma quello che non tolleravo assolutamente era che, con tutto quel ben di Dio di piazzale libero, non era consentito, anche solo in un minuscolo fazzoletto, piantare due belle porte da gonfiare ripetutamente con un pallone di “corio”.

In quei tempi gloriosi della mia infanzia ricordo che, nelle giornate di festa primaverili, organizzati in comitive “caciarone” di una decina di macchine, i miei solevano portarci a spasso per la tradizionale gita fuori porta. Queste magnifiche scampagnate, di cui serbo un bellissimo ricordo, erano strutturate con un rigido protocollo. La prima parte della mattinata era rigorosamente destinata alle attività culturali e prevedeva la visita di un sito più o meno archeologico o comunque storico (Selinunte, Erice, Segesta, Gibellina etc.). Dalla seconda fase della giornata in poi il protocollo scemava vertiginosamente e, previa individuazione di un sito ameno dove poterci accampare, anticipava l’abbrivio che avrebbe preso il resto della giornata, con protagonisti assoluti: la “furnacella”, la teglia della pasta-al-forno, il bidone del vino “sincero” (alias, benzina agricola), per i più grandi; per i più piccoli, ordinaria sudataccia su un campo più o meno verde, con le immancabili sbucciature delle ginocchia, lacrime di coccodrillo e litri di “cazzusa” sgasata.

In una di quelle occasioni, ci trovammo a Cave di Cusa, sito archeologico fratellastro di Selinunte, dal quale dista pochi chilometri, dove gli amici dei miei avevano pensato di condurre l'allegra masnada. Per carità, anche in quel posto per noi bambini non ci furono grosse difficoltà ad improvvisare il nostro mini campionato. Per i più grandi, invece, avvertimmo una sorta di amara sensazione di delusione nell’aria. Sembrava non essere il luogo che si aspettavano che fosse. E a dirla tutta anche per noi, non fu facile fare goal fra cumuli di immondizia, pneumatici di camion e frigoriferi arrugginiti. Inoltre, anche dove il piazzale appariva più sgombro, ecco che sbucavano qua e là: una cava, un rocchio di colonna, un fregio di capitello. Insomma, non fu quello il nostro torneo più memorabile.

Questo accadeva circa una quarantina di anni fa. Altri periodi, anni '80, si dirà, periodi in cui la politica probabilmente non aveva troppo tempo per occuparsi di questi inutili pezzi di pietrame sbreccati e accatastati alla rinfusa, impegnata magari fra un aperitivo e l’altro e un accordo sottobanco con gli amici dei mammasantissima. E oggi invece? quale potrebbe essere il bilancio dell'attività dell’Assessorato ai Beni Culturali in Sicilia negli ultimi anni?

Forse sarebbe azzardato sostenere che siamo rimasti fermi al tempo della “cazzusa”, come invece sostengono alcuni. L’ipercriticismo, sposato al massimalismo, sappiamo non essere una prospettiva serena da cui guardare alla realtà. Peraltro, dal ristretto osservatorio di “semplici cittadini” diventa difficile giudicare nel merito circa l’operato delle Soprintendenze che, ricordo, in Sicilia, regione a statuto speciale, dipendono direttamente dall'Assessorato dei Beni culturali  della Regione Siciliana.

E allora proviamo a ragionare con calma. È innegabile che qualcosa sia stata fatta da quarant’anni a questa parte sul versante della tutela e del recupero dei siti archeologici. Diversi siti sono stati ripuliti o per lo meno sono stati resi fruibili alla cittadinanza e, con mille difficoltà, sono ripartite alcune  campagne di scavi (non molte a dire il vero),  per il consolidamento, la messa in sicurezza, il restauro e creazione di percorsi di visita.

Mi riferisco, ad esempio, ai lunghi lavori di scavo, dal 2002 ad oggi, nel già citato Parco Archeologico di Marsala, che hanno portato al rinvenimento di un tratto del decumano massimo, restituendo alla città importanti siti sepolti dal tempo. Scavi e progressi si sono registrati negli ultimi anni anche nei parchi archeologici di Segesta, Neapolis di Siracusa e nella Valle dei tempi di Agrigento. Fino all’anno scorso quando, nella zona di Palazzolo Acreide è stato possibile portare alla luce una domus romana, che si innesta su una più antica abitazione di età ellenistica.

Particolare piacere fa il recupero dell'area del Castellaccio, nella zona alta di Lentini, un sito che oltre a conservare importanti vestigia dell'eta' federiciana, si fa apprezzare anche per il notevole scenario paesaggistico in cui e' incastonato. Nel 2019 poi, dopo dieci anni di inspiegabile inattività, la Regione Sicilia ha ridato il via a 8 nuovi cantieri, fra cui: Ramacca, Sant’Angelo Muxaro, Pantelleria, Giarratana, Milazzo. Un piccolo segnale, con l’impiego di piccole somme, ma che lascia ben sperare per un impegno più importante per il futuro.

Eppure, chissà perché, il degrado dei nostri siti archeologici è sempre dietro l'angolo. Eterna maledizione dei nostri parchi che, a corrente alterna, rischiano di trasformarsi in discariche a cielo aperto. Complice l’incuria e la maleducazione dei cittadini e una discutibile gestione da parte degli organi preposti al mantenimento del loro decoro. Provare per credere, googolando a settimane alterne le chiavi “degrado” e "sito archeologico Sicilia” per avere una fotografia istantanea di come ancora siamo lontani dagli standard minimi. Cito in basso solo un paio dei parchi più importanti che negli ultimi anni sono stati oggetto di polemiche e di indignazione per lo stato di degrado in cui versavano.

(Da repubblica 2015) Cava d'Ispica - Un itinerario tra i rifiuti attende i curiosi che decidono di visitare Cava d'Ispica, in provincia di Ragusa. È qui, tra materassi e bidoni della spazzatura abbandonati, che si trovano i resti di una chiesa bizantina scavata nella roccia. All'interno gli affreschi cadono a pezzi e le pareti sono ricoperte di muschio. Poco più in là, c'è anche una tomba preistorica ma è quasi totalmente coperta dall'erba.

(Da La Sicilia 2020) Catania - L’Anfiteatro romano di piazza Stesicoro il secondo anfiteatro più importante d’Europa, dopo il Colosseo di Roma si presenta ai turisti sporco, nel degrado più totale e senza cura alcuna. Dovrebbe essere un gioiello e invece sta nel pattume, tra le erbacce e la sporcizia. Un danno di immagine incalcolabile per la nostra terra, per gli operatori turistici e per la città.

Nonostante tutto, credo e spero che in questi ultimi anni la sensibilità della politica e dei cittadini sia cambiata al riguardo. Bisognerà probabilmente ancora di più convincersi che l’opportunità di uno sviluppo vero e sostenibile per questo nostro territorio passi, non solo dalla scoperta di innumerevoli siti che ancora giacciono sottoterra, ma anche dalla loro valorizzazione e promozione, una volta che siano stati dissotterrati. Non bisogna essere né geni né grandi politici per intuire come, una terra come la Sicilia, ricca di cultura e piena di tracce del passato, possa tornare a risplendere grazie ai suoi tesori artistici e archeologici. 

Parte seconda

Ovviamente, un piano di sviluppo sul turismo non può prescindere dal potenziamento delle infrastrutture spesso carenti sull'isola: dalla rete viaria all’ammodernamento e alla riqualificazione delle strutture ricettive, dai servizi ai trasporti. Senza strade e un'adeguata rete di trasporti, si fa presto a capirlo, non si va da nessuna parte.

La scorsa estate incontrammo una giovane coppia piemontese, con figli al seguito, che ci raccontava delle disavventure passate per raggiungere Marina di Ragusa dall'Aeroporto di Catania. E della completa assenza di informazioni di raccordo nelle stazioni degli autobus fra le varie città della provincia che avrebbero voluto visitare: Modica, Ispica, Ragusa, Ibla. Un’esperienza negativa che li aveva così tanto amareggiati dal convincerli a non mettere più piede in Sicilia. Inutile dire che provai in quell'occasione un senso di vergogna mista ad impotenza e frustrazione. 

A rischio di apparire troppo esterofilo, consiglierei umilmente alla nostra classe dirigente di studiare con molta umiltà i paesi esteri, specie quelli del nord Europa, ma non solo. Da loro potremmo imparare ad esempio che da poco si può ottenere molto, anzi moltissimo. Specialmente se quel poco è valorizzato adeguatamente e reso fruibile a misura di turista.

Ricordo in particolare un posto sperduto, Ladby, nelle vicinanze di Odense in Danimarca. In un luogo a metà fra l’inospitale e il sinistro, ritagliato fra le paludi del Baltico, è conservato uno splendido esemplare di nave funeraria vichinga del 925. Attraverso un sentiero curato si giunge ad una sorta di terrapieno da cui si apre una porta che conduce in un sotterraneo. Varcata l’entrata un'atmosfera sinistra accoglie il visitatore catapultandolo un migliaio di anni indietro nel tempo. Nessun effetto speciale. Solo un'atmosfera rarefatta ottenuta grazie alla studiata illuminazione che rende indimenticabile quel quarto d’ora che il turista vi trascorre dentro, ammaliato dallo splendido stato di conservazione del reperto e delle suppellettili che lo decorano. A colpire, fra le altre cose, è anche l’alto numero di presenze turistiche registrate dal sito, al cui cospetto ci si aspetterebbe di trovarvi ben altro, piuttosto che una “semplice nave” di 21 metri.

In Francia, nella regione meno francese per antonomasia, la Bretagna, se ci si trova nei pressi di Concarneau, non si può non visitare l’immenso parco di menhir e dolmen che sorge a Carnac, fra gli esemplari  di megaliti più antichi in Europa, che si stagliano un po' ovunque su una vasta area dell’interno e il cui allineamento circolare o lineare richiama a funzioni funerarie e forse astrali. L’ordine e la pulizia in cui questi immensi parchi sono tenuti, farebbero impallidire persino il custode dei giardini di Buckingham Palace. Mentre tutto intorno, nel pieno rispetto della natura, abbondano organizzatissimi camping che raccolgono ogni anno migliaia di appassionati o semplicemente turisti che vogliono godersi il silenzio e la tranquillità di quei posti.

Per non parlare poi del magnifico stato di conservazione e di decoro degli antichi castelli scozzesi e degli splendidi parchi che li contengono, vera e propria miniera d'oro per il turismo del paese delle Highlands. Ok... non parliamo di paesi “nordici”.

Senza voler andare troppo lontano da noi, esiste nel mezzo del Mediterraneo un'isola, poco più grande di Pantelleria, abitata da circa mezzo milione di persone, che in estate, almeno in tempo pre-covid, non fa fatica a raggiungere gli 800 mila abitanti. Si chiama Malta. La gestione dei beni culturali su quell'isola è da prendere ad esempio. Così come il decoro, la pulizia, il sistema dei trasporti e tutto quello che riguarda la filiera del turismo. Basta passarci anche solo un fine settimana, per avere un saggio di come potrebbe essere da noi, se tutto funzionasse come dovrebbe.

Ma certo, la lista dei beni culturali dei paesi esteri, meglio conservati e fruiti meglio che da noi, seppur più modesti, sarebbe molto lunga. Ed e' un raffronto decisamente impietoso, considerando l’inestimabile valore dei beni di casa nostra.

Per carita', anche in Sicilia esistono siti che, pur con tutti gli errori commessi e i ritardi accumulati nel passato, adesso versano in una situazione decisamente migliore rispetto a qualche decennio fa. Mi riferisco al parco archeologico di Selinunte, a quello di Segesta e alla stessa Valle dei Templi di Agrigento, siti cardini ormai della nostra “offerta turistica regionale” che da qualche anno ormai mostrano uno standard di decoro tutto sommato accettabile, rappresentando il fiore all'occhiello dei nostri beni culturali. Ma il problema non è più in questi siti “maggiori”.

L’impressione è che la massiccia concentrazione di rovine e la polverizzazione dei resti archeologici presente in lungo e in largo per tutta l’isola, più che rappresentare un' opportunità di crescita, di varietà e di ricchezza delle varie  micro aree, venga vista come un onere da onorare a prezzi troppo alti. In poche parole, un fastidio. Con il risultato che l’incuria, l'indifferenza e  l’abbandono troppo spesso finiscono per attanagliare questi siti “minori”, moltissimi dei quali ancora  lontanissimi da standard accettabili.

Verso la conclusione. Un sistema viario degno di questo nome, una riqualificazione delle strutture ricettive, un sistema di trasporti pubblici urbani ed extraurbani che funzioni, la cura, il decoro e la valorizzazione dei nostri tesori del passato potrebbero davvero rappresentare un nuovo volano per la nostra economia. In tempi di Recovery Fund, personalmente  più di due lire gliele metterei su, ben volentieri. Non avrei molti dubbi.

Senza dimenticare la promozione del territorio attraverso valide strategie di marketing. Ad esempio, recentemente mi sono imbattuto in una seria TV turca, trasmessa e finanziata da Netflix: The gift. Una buona storia che ruota attorno a Göbekli Tepe, importante sito archeologico situato nell’estremo est della penisola anatolica. Grazie a questa serie tv milioni di telespettatori nel mondo hanno potuto scoprire ed appassionarsi ad un luogo unico, misconosciuto fino a poco tempo fa. Forse nello sforzo di promozione dei nostri territori bisognerebbe tenere conto anche di questi aspetti per nulla secondari. E così facendo trovare le forze e il coraggio di finanziare progetti di divulgazione di grande impatto mediatico.

Finisco con l'augurio che, mutatis mutandis, per la generazione dei miei figli possa finalmente manifestarsi da parte dei nostri dirigenti un revival di interesse per l'archeologia, l'arte e per i beni culturali in generale e che nuove e vecchie professionalità possano aiutare a tirar fuori dai campetti di calcio di periferia la prospettiva di  un futuro più roseo per il nostro paese. Non solo archeologi, critici d'arte, direttori di parchi archeologici o di musei, ma anche albergatori, ristoratori, tour operators, agenzie di viaggi, guide, imprese di attraction, e così via. In modo che la generazione dei miei e  nostri nipoti possa poi gestirne i frutti. Senza necessariamente dover passare da Londra (o dalla Germania) per poter realizzare i loro sogni. Fra quarant'anni, tutto sommato, ci sta. 

 

14 marzo 2021