BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Il mondo visto dal ...basso (elettrico)

Mi piace immaginare la musica in forma "plastica". Come se, nel fluire delle sue note, sia in grado di suggerirmi immagini, disegni o geometrie più o meno realistiche. E ogni volta che mi capita di ascoltare un bel brano, sospeso ai bordi di questo vortice di inaspettata ispirazione, mi ritrovo a domandarmi: che cosa mai mi ispirano le strutture musicali, l’intreccio degli accordi, l'accostamento di due note dissonanti, le scatole cinesi della ritmica? Quale è il mood che si portano dietro queste magiche combinazioni e quali immagini si fanno strada nello specchio della mente?

Le immagini che alcuni brani musicali riescono ad evocare sono probabilmente collegate alla sensibilità di ciascun ascoltatore: verso un genere musicale, uno strumento, un timbro di voce, dei suoni particolarmente evocativi. Il tutto viene poi amplificato dalla particolare predisposizione d’animo al momento dell'ascolto. Immagino che quando ascoltiamo un brano, questo giochino automatico si sveli nella sua interezza: è allora che i nostri ricettori vengono chiamati a codificare quei suoni e a tramutarli in emozioni, piacevolezza, o anche indifferenza o addirittura, in alcuni casi, in fastidio.

La musica è bella perché è varia ed è varia perché vario è il gusto e la sensibilità dell’ascoltatore. Un orecchio abituato alla musica classica, considererà il genere heavy metal come l’anti-musica per eccellenza. L’orecchio educato al pop dissentirà dalle pesanti strutture dell’heavy rock, così come i seguaci della musica rock alternativa percepiranno il diavolo sotto forma delle mollezze dell’hip hop, mentre gli adepti del jazz snobberanno sistematicamente gli uni e gli altri. E così via.

In realtà, da qualche decennio a questa parte, terminata la stagione dei generi musicali puri e crudi, che dominarono fino agli anni Settanta e parte degli Ottanta, si è assistito sempre più ad un rimescolamento di generi, stili e linguaggi musicali che hanno dato vita a nuove sensibilità più ibride. I Red Hot Chili Peppers, solo per fare un esempio celeberrimo all’interno della sterminata famiglia Rock, hanno preso e mescolato funk, hip hop, hard rock punk rock, pop rock pop psichedelico e chi più ne ha più ne metta. Ora, non è il caso di perdersi nelle definizioni e nelle “etichette” create puntualmente al sorgere di una nuova tendenza musicale: basta sfogliare le riviste specializzate per rendersi conto dell’incredibile numero di varianti di sottogeneri con cui i giornalisti specializzati si affrettano ad etichettare la nascita di un nuovo gruppo. Ma non è questo l’argomento dell’articolo. Partire dalla soggettività e dalla sterminata costellazione dei generi musicali ci dà solo l’input iniziale per relativizzare ogni discorso generale che si possa affrontare parlando di musica. E di conseguenza, vista l’immensa mole di musica prodotta dal dopoguerra ad oggi, contestualizzare attraverso le proprie conoscenze il proprio percorso musicale. Perché è ovvio che non si può conoscere tutto.

Il mio personale percorso è tutto all’interno della musica rock, senza un particolare riferimento di sottogenere: per capirci, i miei ricettori vanno dai Beatles, passando per i Metallica, da David Bowie fino ad arrivare ai Tool. In mezzo, quindi, ci passa il mare magnum.

Tornando alla “musica plastica” di cui si diceva all’inizio. Ovviamente non alludo a nulla di “preconfezionato”, quanto più che altro alla possibilità di intravedere le “strutture” della musica stessa, i vari ingredienti che la compongono e dare loro una forma, più o meno precisa. Mi riferisco a qualcosa che ha a che fare con la “modalità dell’ascolto” e alla capacità dell’ascoltatore di scomporne i vari elementi, le diverse linee, per farne in definitiva un ascolto “consapevole”. Cercherò di spiegarmi con un esempio: nell’ascolto di un brano spesso è la linea melodica della voce a catturare tutta la nostra attenzione, molte volte veniamo rapiti dalle evoluzioni degli strumenti solisti, mentre un orecchio più allenato si soffermerà sulla concatenazione degli accordi, altri ancora si concentreranno sulla sezione ritmica (batteria e basso). Tutto ciò, si intende, fuori dallo stretto significato del testo a cui la musica si accompagna. Ora, scomponendo tutte queste linee dinamiche, in teoria potremmo di volta in volta ascoltare un brano da una prospettiva diversa e stupirci di trovarvi di volta in volta dettagli nascosti che a prima vista ci erano sfuggiti. Va da sé che “l’optimum” dovrebbe scaturire nel perfetto mix di dosaggio di tutti questi elementi che un orecchio ben allenato dovrebbe automaticamente imparare a riconoscere. Credo che sia questa la capacità massima di un direttore d’orchestra nella musica sinfonica.

Ma ovviamente non tutti siamo direttori di orchestra e ognuno fa i conti con il proprio orecchio e la propria sensibilità. Per quanto mi riguarda, l’angolazione preferita da cui spesso e volentieri “guardo” la musica è la sezione ritmica, ponendo grande attenzione alle evoluzioni delle linee del basso.

Nato dalla costola del più classico contrabbasso, il basso elettrico, inventato da Leo Fender nel 1951, è uno degli strumenti fondamentali in una band. La sua funzione storica è quella di gettare le basi, insieme alla batteria, per lo sviluppo delle linee melodiche degli altri strumenti. Nella sua accezione più classica e prosastica serve quindi da puro e semplice accompagnamento. Detto così suona un po' riduttivo, in effetti. Vediamo se invece suona meglio in quest' altra definizione: il basso elettrico, in chiave più evoluta e moderna, specificatamente nella musica rock, è il collante perfetto, la cinghia di trasmissione, fra la matematica della sezione ritmica e le molteplici combinazioni degli strumenti solisti.

In molti affermano di non sentire il basso durante la riproduzione di un brano, ma ciò è dovuto probabilmente ad un orecchio non abbastanza allenato. Il basso, in realtà, in molte delle composizioni moderne è come le fondamenta di un edificio: quando ci sono nessuno vi presta attenzione, ma la loro assenza si percepisce istantaneamente perché i piani superiori (metaforicamente formati dagli strumenti solisti come la voce, le chitarre o il piano) crollano. Questa è solo la prima delle metafore del basso.

Inseguendo le note a bassa frequenza spesso si incontrano diverse “forme plastiche” che a poco a poco si materializzano come li si guardasse con gli occhi della mente. Certe volte si ha come l’impressione che il basso riempia le vele di un vascello trascinandone la carena melodica attraverso il mare agitato della sezione ritmica. Altre volte il fluire delle linee musicali del basso assume la forma di un albero con i suoi poderosi rami che fioriscono in corrispondenza delle terminazioni nelle mirabolanti alchimie melodiche delle chitarre. Spesso, quando le linee di basso divergono dai temi trainanti delle chitarre, si materializzano gli aggrovigliati scambi delle rotaie di una ferrovia da cui svicola un secondo treno che viaggia su un binario parallelo. Il pulsare del sangue attraverso il battito del cuore che irrora ogni parte delle terminazioni del corpo, può essere un’altra metafora del basso. E, volendola girare in gastronomia, un cibo, per quanto tecnicamente perfetto, diventerebbe difficile da apprezzare al meglio senza un moltiplicatore del gusto: il sale, che, così come il basso in una composizione ha il potere di arricchire le qualità degli ingredienti o addirittura di determinarne la loro specificità.

Mi piace poi la metafora del “percorso” che ci ricorda che la musica è parente stretta con la matematica, o con la fisica. Ponendo caso che A e F siano due accordi in successione, dato un percorso che da A debba necessariamente portarci a F: la preoccupazione di ogni bassista sarà quella di delineare un tracciato che dal punto di partenza conduca all’appuntamento con l’accordo F. Come in tutti i percorsi, il bassista sa che ci sono le scorciatoie, il percorso più comodo, oppure quello un po' più accidentato e personalizzato. L’importante è che si arrivi nel giusto tempo all’appuntamento prefissato. Spesso la scelta dei vari percorsi delinea lo stile di ciascun bassista.

Suonare il basso a volte significa anche sposare uno stile di vita o assumere un atteggiamento particolare, sul palco così come nella vita. Ricordo che negli scintillanti anni 80 (Discoring, vi dice qualcosa?) il bassista appariva come una figura di musicista “diversa”, alquanto eccentrica, ma mai protagonista. Ad esempio, non era quasi mai il principe del palco, a meno che la sua figura non coincidesse con il cantante e quindi con il leader del gruppo (come nel caso di Sting per i Police o di Morgan nei BlueVertigo o dello stesso Paul McCartney dei Beatles). Spesso si nascondeva nelle retrovie, condividendo con il batterista la parte meno nobile della ribalta. E probabilmente le trame spesso “oscure” del proprio strumento, che lavora nella maggior parte delle volte “sottotraccia”, hanno contribuito a creare il “mito” del bassista introverso, dal profilo tenebroso, ma con una sua specifica personalità, ed eccentricità, sposandosi a meraviglia con l’alternatività delle note espresse dal suo strumento.

Il mondo visto dal ...basso (elettrico) parte seconda

Lo stile del bassista inoltre ci dice molto sulla personalità della band. Volendo fare una carrellata sul modo di suonare ed interpretare lo strumento, che rifletta il bagaglio delle mie conoscenze (e quindi un elenco del tutto soggettivo), proverei a lanciarmi in una sorta di catalogazione. Per gioco e per diletto. Partirei da quelli classici, per continuare con i robusti bluseggianti, minimal, frullatori, plettristi, indomabili slappatori, gli effettisti per finire con i pompatori. Tutto ciò, promesso, senza avere la benchè minima pretesa di essere esaustivo.

Fra i primi bassisti moderni non si può non citare Paul McCartney, il cui stile spesso è stato definito un po' troppo elementare. Scomponendo le strutture dei pezzi dei Beatles spesso però si nota il contrario: le linee bellissime di Penny Lane o di All my loving oppure di Come together ci mostrano che il suo è il classico lavoro di fino, e si sposano perfettamente con il congegno musicale orchestrato dai Beatles. Un basso presente, cool, al servizio del gruppo che, pur senza mai emergere, si fa apprezzare per la sua classicità fuori dal tempo. Con le dovute differenze, Sting dei Police, Deacon dei Queen, Mike Mills dei R.E.M. potrebbero essere incanalati in questo primo gruppo.

John Paul Jones è forse il vero musicista “totale” dei Led Zeppelin (bassista, tastierista, arrangiatore, compositore), per quanto la fama di Robert Plant (cantante) e di Jimmy Page (il chitarrista) ne hanno sempre oscurato le sue eccelse capacità. Jones è l’esempio di bassista umbratile; amava spesso ripetere che la sua posizione era quella vicino alla grancassa della batteria, ritenendo più importante dare il suo apporto alla base ritmica. Ed era forse fra i quattro componenti del gruppo, quello più legato alle radici del blues: le sue divertentissime e possenti linee di basso dal sapore blueseggiante ne sono ampia testimonianza. Nella stessa categoria si potrebbe inserire John Illsey dei Dire Straits e in certo qual modo Daniel Auerbach dei Black Keys.

Fra i bassisti essenziali occorre ricordare Roger Waters, voce e leader dei Pink Floyd, di cui si ricordano ad imperitura memoria le famose linee di basso di The Wall e quella spassosa di Money, fra le altre. Il suo stile è caratterizzato da riff semplici ma geniali, che sanno incastrarsi perfettamente con gli altri strumentisti. In Roger Waters si può forse incarnare il mito del “bassista minimalista”, niente di più lontano dallo stile barocco e ampolloso. In lui si può dire che la “nota muta” emette un suono preciso e lascia spazio sapientemente, creandone l’aspettativa, a quella successiva. Un modo di suonare il basso, per sottrazione quasi, che definirei anche molto coraggioso. Più unico che raro, specie fra i grandi artisti.

Carattere e personalità diversissime da Steve Harris, il bassista di una delle band heavy metal più famose di sempre: gli Iron Maiden. In un palco presidiato da ben sei elementi è veramente difficile emergere e far notare il proprio stile. Eppure Harris riusciva (nei tempi d’oro della band) a rubare la scena persino al tarantolato cantante, Bruce Dikinson. La sua tecnica della cavalcata, che consiste nel far vibrare in successione le quattro dita della mano sulla corda libera, ottenendo appunto l’effetto sonoro di un galoppo, hanno creato uno stile che ha fatto scuola. Difficile non rimanere estasiati dalla sua tecnica spettacolare e dalla vertiginosa velocità di esecuzione con cui riesce a “macinare” note in sequenza, vicinissime l’una dall’altra. Insieme alla batteria, Harris è il vero marchio di fabbrica degli Iron Maiden, capaci di creare un poderoso muro sonoro su cui l’intreccio delle chitarre e della voce hanno vita ben facile. Forse solo Alex Webster dei Cannibal Corpse (nome che non lascia dubbi sul genere di riferimento, death metal ) e il compianto Cliff Burton bassista dei primi Metallica, possono gareggiare alla pari con Steve Harris per il titolo del più incredibile “frullatore” di ogni tempo.

Come si diceva prima, il basso è passato nel corso dei tempi per diventare da puro strumento di accompagnamento a strumento capace di innescare con le sue trame le fioriture melodiche degli strumenti solisti; in alcuni casi addirittura duellando con gli stessi solisti ufficiali e a volte sostituendosi a loro, in maniera impeccabile. È il caso di John Entwistle bassista di The Who che ha utilizzato, fra i primi, il basso come fosse uno strumento solista, rubando spesso la ribalta alle linee delle chitarre: da manuale la sua linea sul pezzo My generation, mentre piu' delicato, ma di spessore, l'apporto sulla bellissima Behind Blue eyes. Lo stesso dicasi per Jack Bruce dei Cream che ha spesso costruito robuste parti di basso, che sembrano mutare continuamente, sottraendo spesso spazio alle parti destinate alla chitarra ritmica: meritevole di un riascolto il pezzo Crossroads.  O anche Phil Lesh, bassista dei Greatful Dead che, con la sua idea di suonare contemporaneamente il basso insieme alle parti solistiche è stato il precursore per molti bassisti della scena fusion:  per un saggio del suo stile, consiglio il gustosissimo pezzo country-rock The friend of the devil.  In questo consesso non si può lasciare fuori Geezer Butler bassista dei Black Sabbath che, andava addirittura oltre: lui si considerava un chitarrista con in braccio il basso elettrico. Date un'occhiata all' assolo sull'intro di N.I.B. per fugare ogni dubbio.

Per esigenza di spazio e tempo, lascio fuori la scelta dei diversi materiali utilizzati nel tempo dai musicisti, ben sapendo che spesso i vari modelli di basso, gli amplificatori e tutto il corredo dell’effettistica non solo si sono rivelati determinanti nell’ottenimento di suoni particolari ma ne hanno spesso determinato stile e performance, dal vivo così come in studio.

La successiva categoria tiene conto invece dei bassisti che fanno largo uso del plettro a discapito delle dita. L'utilizzo del plettro con lo strumento genera suoni più metallici e in alcuni casi, combinati a timbriche calde dà vita a dei suoni indimenticabili, che attraversano sezionandolo il groove. Fra i rockers a cavallo fra gli anni ‘80 e ’90 si ricorderà Duff, bassista dei Guns and Roses, che fu fra i primi ad investire in quella direzione. Pezzi di bravura tecnica ad esempio risultano i brani come Welcome to the jungle o anche Sweet child of mine, e  You will be mine. Un altro che ha basato la fortuna del suo stile sull’utilizzo del plettro è stato Adam Clayton, bassista degli U 2. Basta ascoltare, rigorosamente in cuffia il pezzo Iris (Hold me close) per avere un saggio di come la buona tecnica con il plettro, unita ad un timbro azzeccato, riescano a sortire risultati eccellenti. Da brivido. Fra i rappresentanti della grunge music, non possono mancare poi Chris Novoselic (Nirvana) e Mike Starr primo bassista degli Alice in Chains. Del primo si apprezzano gli stretti e incalzanti giri di basso (Lounge Act), il secondo si faceva ammirare per gli arpeggi non convenzionali e un uso emozionale del timbro con cui condiva i pezzi della band dell'indimenticata voce (emozionante ed emozionata) di Lane Stanley. Pezzo icona, lo struggente: Down in a hole.

Fra i bassisti di casa nostra innamorati del plettro si ricordano Max Gazze' che oltre alla cura della scelta dei materiali si lascia apprezzare per uno stile misto che alterna sincopi e profondi suoni lunghi, caldi e spesso in overdrive (leggera distorsione). La sempreverde  Favola di Adamo ed Eva è un concentrato del suo stile. Maestro delle rasoiate metalliche è poi il bassista degli indimenticati CSI (e prima ancora di Litfiba, prima maniera): Gianni Maroccolo. Il basso di Maroccolo è caratteristico e riconoscibile: utilizzo di pochi tasti, suono spesso sporco e metallico ricco di effetti delay. Un saggio su tutti, la straordinaria linea di basso di Forma e sostanza, pezzo bellissimo contenuto nell’album capolavoro Tabula rasa elettrificata.

E veniamo allo slap che è una tecnica specifica, in particolare utilizzata sul basso elettrico (ma anche su contrabbasso) in cui si alternano strappi (sulle corde più acute) e percussioni con il pollice sulle corde più basse. Stile che esalta le funzioni ritmiche del basso fornendo un gran bel movimento arioso a tutto il pezzo. Fra gli slappatori più celebri un posto particolare occupa Flea, il bassista dei Red Hot Chili peppers. Considerato a torto un po' rozzo, anche per la sua eccentrica mise jungle sul palco, oltre all’incredibile energia sprigionata dal vivo, Flea può vantare dalla sua parte una grande tecnica personale e una versatilità nell’eseguire squisite linee di basso senza pari. Come dimenticare Give it away o Can’t stop, pezzi rap, conditi da precise slap line che conferiscono ai due brani quel gusto funky. Oppure le divertentissime Mellowship slinky in b e Apache Rose Peacock, dove l’assoluto vero protagonista risulta essere il suo basso. Lo stesso si può dire di Aeroplane, dalla ritmica slap ad incastro molto complessa. Per non tacere poi degli arpeggi, per nulla convenzionali, di Under the bridge.

Ultimi di questa lunga lista di bassisti vengono i “pompatori”. Il termine, chiaramente giocoso, è mio (come del resto anche gli altri di questa carrellata) e sta ad indicare un utilizzo del basso dalle timbriche più morbide, spesso quasi esclusivamente giocato sulle corde più basse, innestato su una ritmica preferibilmente (ma non solo) da dance music: il beat che ne viene fuori è spesso martellante, rivela poche variazioni (percorsi più semplici) ed è strumentale ad un tipo di sonorità più ballabili, dove la grancassa e il basso fanno spesso il paio. Qualcosa di simile accade con i pezzi degli Arcade Fire, in alcuni brani dei Muse e sicuramente in gran parte della produzione dei Subsonica. Precursore di questo stile, per quanto di diverso genere, Cliff Williams, storico bassista degli Ac/Dc spesso alle prese con i suoi lunghi tappeti martellanti.

 

il mondo visto dal .... basso (elettrico) parte terza

A parte le abilità tecniche e lo stile di ciascuno dei bassisti va tenuta poi in alta considerazione un'altra variabile importante: il gusto, ossia il timbro di ciascun suono. Il timbro è la voce del basso e può essere di volta in volta calda, pastosa, metallica, scucchiaiata come quella di un contrabbasso, effettata e così via. Maestri di “timbrica”, secondo il mio parere, sono il bassista dei Pearl Jam Jeff Ament, Matt McJunkins di A perfect circle e Puscifer e soprattutto il grande Justin Chancellor, bassista dei Tool, nel cui repertorio il basso ricopre un ruolo primario nella tessitura delle melodie. Il suo stile è dato da un concentrato di molteplici effetti come il delay, il Wah, da accordi e armonici che si incastrano perfettamente con gli altri musicisti. Un incredibile fiorire di linee, spesso diverse le une alle altre, mai banali e che intrigano l’ascoltatore. A lui, in particolare, mi riferisco quando parlo dell'immagine dell'albero con le sue nervature. Un saggio della sua sensibilità, nell'ultimo straordinario album dei Tool: Fear Inoculum (il pezzo Pneuma su tutti).

Last but not the least, direbbero gli inglesi, Jaco Pastorius. In qualunque lista di bassisti storici non potrebbe mai mancare il nome di questo virtuosissimo bassista, forse il più dotato di tutti, scomparso prematuramente all’età di 36 anni, nell’ormai lontano 1987. Suonava generalmente un basso elettrico fretless, senza tasti. Pastorius è riuscito, con il suo stile particolare a diventare un punto di riferimento fisso per gli amanti del jazz fusion e non solo, ridefinendo il ruolo del basso elettrico: suonando simultaneamente melodie, accordi, armonici ed effetti percussivi. A questo univa una enorme facilità di esecuzione e grazie al lui, a fine degli anni ‘80, viene bandita per sempre l’idea del basso come strumento di solo accompagnamento.

Su Pastorius ho un piccolo aneddoto da raccontare. Si era nell’ ormai lontano anno 2000 e come ogni anno a Marsala veniva organizzato il Marsala Jazz festival, che vedeva la partecipazione di numerosi nomi di spicco del jazz, ma non solo. Ricordo di aver assistito nel corso di diversi anni alle fantastiche esibizioni di maestri come Chick Corea, John Patitucci, Al Di Meola, Paolo Fresu, Gilberto Jill fra gli altri. In una di quelle serate ricche di ospiti, al cambio di gruppo sul palco, insieme ad un mio caro amico, ci eravamo distratti e solo di sguincio udimmo dalla presentatrice, che avrebbe dovuto annunciare il prossimo ospite, il nome Jaco Pastorius. Nell’udire quel nome così altisonante, nonostante sapessimo davvero poco dell’artista in causa, ci galvanizzammo e, eccitati ed increduli, commentammo della fortuna che quella sera ci era toccata: quella di poter assistere al concerto niente popo di meno che del più grande bassista di tutti i tempi. Senonché, a portarci sulla terra ci pensò il nostro vicino di sedia che, compitamente, ci ricordava che Jaco Pastorius era (ahinoi) da tempo immemore ormai deceduto. Nicchiando imbarazzati, ringraziammo il solerte vicino di posto e dopo un paio di minuti in silenzio cambiammo posto. Non avendo il coraggio di alzare lo sguardo da terra. Scena che, come si può immaginare, non manchiamo mai di rieditare, non senza scompisciarci dalle risate.

In ultima analisi, per concludere questa sorta di lungo elogio (o se si vuole, pubblica dichiarazione d'amore) nei confronti del basso elettrico, aggiungo che, studiare i brani che più ci piacciono e abituarci ad ascoltare la musica da una prospettiva diversa, sovente ci mette nella posizione di godere da un lato di una migliore consapevolezza dell'ascolto, dall'altro ci abitua a guardare il pezzo (e forse più in generale, le cose) da una “prospettiva altra”, aiutandoci a cogliere, dove possibile, quei preziosi dettagli che prima magari ci erano sfuggiti. Se poi un ascolto più attento ci potrà anche aiutare ad evocare immagini fresche e a farci respirare una ventata di aria salubre, meglio ancora: tutta salute per la mente e il cuore.

 

24 febbraio 2021