BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

L'uomo di Sardi (ott. 2020)

 

 

 

 

1

 

Efeso, circa 500 a.c.

Superato l'altopiano, la scena si aprì su una profonda valle che digradava verso il mare. I cavalli erano stanchi ma il passo incerto delle ultime ore sembrò all'improvviso lasciare spazio ad un rinnovato vigore. Come se le bestie fiutassero ormai vicina la meta. L'odore di salmastro che la tesa brezza di tramontana soffiava contro si insinuò nelle narici di Kasper. Una sensazione piacevole, di sale mista a menta fresca e fango limaccioso degli acquitrini, riempì i suoi polmoni. L'arsura che aveva accompagnato gli ultimi giorni di marcia sembrava ora un lontano ricordo. Un fiumiciattolo che serpeggiava in mezzo alla valle pareva dividere a metà il campo visivo. A nord la tranquilla pianura era disegnata dal verde dei campi coltivati, dove grassi uliveti si estendevano a perdita d'occhio. A sud e fino a dove arrivava lo sguardo il terreno si faceva aspro intervallato da dorsali di rocce sulfuree che lasciavano poco scampo alla vegetazione.

Kasper si voltò indietro, verso il carro che lo seguiva, per incrociare lo sguardo del suo compagno di viaggio, Dareh. Un breve cenno di intesa. E subito dopo la piccola carovana si rimise in marcia. “Non un uomo di molte parole, questo Dareh” pensò Kasper, “ma di certo un uomo di cui mi posso fidare. E che mi converrà tenermi stretto per i prossimi giorni.”

E subito riaffiorò il ricordo dell' agguato subìto appena qualche giorno prima, in quel passo poco lontano da Smirne che gli indigeni chiamavano non a torto le gole del diavolo. A sbarrargli la strada si erano dati appuntamento in quattro, della più vile teppaglia. Armati di spade di ferro, scudi e mazze di pietra, li avevano braccati e dopo aver ispezionato il carico, avevano minacciato di spaccare loro la testa se non avessero seguito le istruzioni. Il più truce fra loro, un bifolco con una lunga cicatrice mal rimarginata sul mento, aveva intimato di spogliarsi degli abiti. E proprio quando stava per succedere l'irreparabile, era stato Dareh con un guizzo a sorprenderlo facendosi scivolare fra le mani un pugnale nascosto dentro l'ampia manica del Kandys, con il quale lo trafisse a morte. Con l'arma ancora sanguinante aveva poi sfidato il secondo, un grasso pachiderma, che gli si era scagliato contro, finendolo a sua volta con un profondo fendente al petto. E voltosi verso i due bifolchi rimanenti, intuendo il terrore dai loro respiri affannati, aveva cacciato fuori un grido tanto animalesco da farli fuggire a gambe levate dalla paura.

Non ce l'avrebbe mai fatta se non fosse stato per merito di Dareh. E lo ringraziava non tanto per avergli salvato la pelle, poiché da qualche mese niente gli era diventato più odiosa della sua stessa vita, quanto più perché, con il suo gesto, Dareh gli avrebbe permesso di portare a compimento la sua opera. L'unica cosa che gli era rimasto di importante in questa esistenza.

2

Entrarono in paese mentre l'ultimo scampolo di luce sembrò sprofondare oltre il filo dell'orizzonte. Kasper notò la vasta spaziosità delle vie, le facciate dei palazzi curate e i possenti colonnati che cingevano l’ampia agorà che si apriva da un lato verso un grande porto. La città sembrava in fermento. "Com'è che si chiama questo posto qua?" chiese Dareh, ma non tanto perché non lo sapesse già. "Si chiama Efeso" sorrise brevemente Kasper, che aveva imparato a conoscerlo durante le due settimane di viaggio. Dareh apparteneva a quella tipologia di uomini che oltre a parlare poco, avevano il vezzo di fingere di saperne sempre meno di quanto in realtà ne sapessero.

I due si guardarono attorno in attesa che qualcuno spinto da curiosità, si decidesse ad avvicinarli. Ma non successe nulla per un bel pezzo e rimasero rapiti dalla vitalità dei cittadini che, ormai a buio pesto, torce alla mano, si affaccendavano a smontare i banchi di quello che sembrava essere stato un vivace mercato all’aperto. Delle grida gioiose sembravano provenire dalla banchina dov’era ormeggiata una trireme attorno alla quale si era formato un capannello di persone. Risate, urla di giubilo e schiamazzi si levavano tutto intorno. E poi applausi e strilli di approvazione man mano che il pescato veniva scaricato sul molo. Sembrava essere stata una gran bella battuta di pesca.

I due stranieri scesero dal carro, legarono i cavalli e si avvicinarono alla folla. Kasper provò a spiare da dietro la calca riuscendo a scorgere due grandi pesci con una impressionante spada nella punta, lunga quasi quanto un uomo in piedi. Non ne aveva mai visti di così fatti. E a giudicare dall’euforia della folla, non dovevano essere comuni nemmeno fra loro. Cercò nel frattempo di non perdere di vista il suo compagno. Aveva imparato a conoscere Dareh in un rapporto a due, durante il viaggio, ma non aveva idea di come si sarebbe relazionato con gli altri in città o chi o che cosa l'avrebbe attirato. Nel frattempo si levò alta la voce dell'armatore che, in preda all'allegria generale, invitò tutti a bere una coppa in taverna. Subito dopo, un rumore di passi in marcia spezzò l'entusiasmo generale e la folla si voltò atterrita in direzione del tempio di Apollo.

Un corpo di guardia si avvicinava con fare minaccioso verso l'assembramento. La gente ammutolì e arretrò timorosa. Kasper lesse negli occhi spalancati delle persone, appena un momento prima festanti, la minaccia del terrore. Il manipolo marciò con cadenza marziale fino a pochi passi dell'armatore, un uomo corpulento e rubizzo, dagli occhi buoni, con un'enorme neo sul mento che, anche grazie a questo, gli conferiva un'espressione aperta e gioviale. Kasper, in disparte, ebbe uno strano bruciore alla bocca dello stomaco. "Chi ha autorizzato questa adunata?" urlò allora uno dei militari in lingua greca, facendo sì che le parole risuonassero perentorie alle orecchie dei presenti. La domanda, indirizzata all’armatore, parve quasi coglierlo di sorpresa. L'uomo aveva cominciato a tremare balbettando delle parole incomprensibili mentre molte delle persone che lo avevano attorniavano cominciarono lentamente a defilarsi. Il guerriero fece un passo in avanti e, senza distogliere i suoi occhi cattivi da quelli del pescatore, lo colpì con un violento colpo di scudo. L’armatore stramazzò a terra dolorante, toccandosi la spalla ferita e a malapena riuscì a coprirsi il volto quando una risma di frustate lo investì impietosamente. Quando il demone del guerriero si fu placato, in tono sprezzante tornò a rivolgersi alla folla che si era ormai dissipata e guardava adesso da lontano la scena con orrore e disgusto. "Questo è quello che capita a chi causa schiamazzi notturni! Ne siete tutti avvertiti. Questa la punizione per chi osa disturbare la quiete del nostro governatore!" E dopo un silenzio ad effetto, rotto solo dal piagnucolare dell'armatore che gemeva per le frustate a sangue ricevute, ordinò con decisione a tutti di sgomberare la piazza. Kasper lentamente si diresse a testa bassa verso il proprio carro incrociando i passi di Dareh che lo attendeva davanti al colonnato di un mausoleo. I due non ebbero voglia di guardarsi negli occhi.

3

Indirizzati da un paio di mercanti del posto, si ritrovarono poco dopo in una delle taverne della città. L’atmosfera all’interno era un po' dimessa. L'oste, un tipo calvo con gli occhi acquosi e tristi, si muoveva con sospetto, diffidente dei suoi stessi clienti abituali. La notizia del pestaggio del pescatore aveva già fatto il giro del paese. Tutto ciò comunque, notò Kasper, non impediva a un gruppo di buontemponi di continuare a spassarsela. All'entrata del locale aveva pescato alcuni di loro, ubriachi e chiassosi, ad innaffiare, malsicuri sulle gambe, il vicino muro di pietra, da dove esalava pestifero l'odore dell'urina fresca. Si sedettero ad un tavolino e aspettarono che l'oste li notasse. La luce all'interno era fioca e il fetore delle torce bruciate appena sopportabile. Un gruppo di clienti stravaccati al tavolo in fondo al locale stava gareggiando rumorosamente fra frizzi, lazzi e gridolini al gioco del Kottabos.

Kasper spiegò al suo compagno che il gioco consisteva nel lanciare i fondi di bicchieri contro una coppa vuota: chi avesse riempito per prima la metà della coppa, avrebbe bevuto gratis per il resto della serata. Kasper spinse lo sguardo dall'altra parte del locale, dove due distinti signori, due notabili, a giudicare dal pregio dei loro mantelli aperti sul petto, giacevano mollemente distesi su degli ampi klinai e sembravano discutere fittamente d'affari inframmezzando il bere con delle succulente pietanze. "Ho una fame che mi sento quasi di svenire" disse Kasper al compagno facendo cenno al tavolino dei due uomini appartati. Dareh sembrò assentire ma abbassò subito dopo lo sguardo a terra, come a voler scoraggiare la conversazione. "Ehi compagno, da sette giorni ormai condividiamo lo stesso paesaggio, le stesse avventure, lo stesso cibo, lo stesso caldo... ma ancora non so niente di te" attaccò Kasper, facendosi coraggio. Sapeva che avrebbe spillato con estrema difficoltà poche informazioni sul suo conto. Ma stavolta sperava di riuscirci con l'aiuto del vino che presto avrebbe riscaldato la loro serata. "Hai visto come hanno combinato quel tipo lì, i tuoi amici?" replicò laconicamente Dareh mentre sembrava rigirare nervosamente fra i denti una bacchetta di legno. "Quelli non sono miei amici" si finse offeso Kasper, ma contento di esser riuscito per lo meno ad avviare la conversazione. "Sono dei cani schifosi!" continuò Dareh "spero un giorno di poter mettere le mie mani addosso ad uno di questi vigliacchi" "E cosa gli farai?" lo sfidò Kasper, guardandolo negli occhi e cercando di inseguire la vena scoperta dell'orgoglio del compagno. Dareh parve abboccare e si produsse in una smorfia di disprezzo come spesso gli capitava prima di dover articolare un discorso più lungo del solito. "Tu sei molto fortunato, si vede dalle stoffe che indossi, dai tuoi calzari, da come parli, da come ti muovi… dalla cura delle tue mani. Posso da questo capire che sei un notabile, una autorità. Vivi a Sardi e di sicuro farai parte di una delle famiglie più in vista della città…”Beh, allora? Che c’è di male? Non mi vorrai condannare per questo?” Dareh non accennò a smorzare i toni. “Fai parte di una casta protetta, sei parte di quel mondo che questi guerrieri difendono" Kasper prese un bel respiro preparandosi a rispondergli per le rime ma le parole gli rimasero in gola perché proprio in quel momento l'oste si era avvicinato per portare da bere e per informarsi se avessero già mangiato. Dopo aver ordinato la cena, fu il turno di Kasper. "Tu non mi conosci Dareh, giudichi da come vesto e dalla mia educazione la mia appartenenza. Sono solo apparenze..." E nel dire ciò parve rattristarsi, si sentì stanco e confuso. Le sue parole gli suonarono vuote, prive di senso. Cadde nell' insicurezza e cominciò a farfugliare frasi che avrebbe voluto fossero invece ferme e vigorose. "Kasper, non ti offendere" riprese Dareh versando il vino rosso in due coppe "non è mia intenzione litigare con te stasera dopo giorni di buona convivenza... Dico solo che io e te siamo diversi" "E in che saremmo diversi io e te?" rispose spossato Kasper, addolorato ora della piega che stava prendendo la discussione. Dareh trangugiò un grande sorso di vino e sfidò Kasper guardandolo fisso negli occhi. "Vedi queste mani? Sono le mani di chi ha scavato nelle miniere, abituate a servire, a spingere triremi ... sono le mani di uno schiavo, seppure di uno schiavo ormai affrancato …"

Nel frattempo, dal tavolo all'angolo si levarono alte le grida di festa: qualcuno era riuscito con grande giubilo degli astanti nell'impresa di riempire metà della coppa. Dareh non perse il filo. "Queste sono le mani di chi ha anche ucciso e tu ne hai avuto una dimostrazione ... ecco in cosa siamo diversi io e te" "Fammi capire, Dareh, e questo ti darebbe il diritto di pensarti migliore di me? Dalla durezza dei calli delle tue mani? Solo per quello?" chiese Kasper sgranando gli occhi incredulo. Dareh soppresse un sorriso di scherno, scuotendo il capo. Anche a lui dispiaceva adesso la piega che aveva preso la serata. "Io non ho studiato, non ho avuto i vostri precettori, non ho imparato né a leggere né a scrivere..." Kasper lo guardo' interdetto. Poi si chiese dove volesse davvero andare a parare quell'uomo. Gli animi taciturni tendono ad essere malinconici, pensò. E quando provano ad aprirsi spesso vanno a sbattere, anche senza volerlo, contro situazioni più grandi di loro, incuranti o ignari a volte di calpestare la sensibilità degli altri. Kasper aveva comunque perso interesse nella conversazione e poco dopo si era reso conto che il suo compagno era risentito. Forse Dareh adesso avrebbe preferito continuare la conversazione su quella linea. Era quello il suo modo di esprimersi, di comportarsi e forse con pazienza Kasper avrebbe trovato del buono in lui. Ma era stanco e almeno per quella sera aveva finito la sua dose di pazienza.

Se ne stettero così per un pezzo, freddi, mangiucchiando a muso duro delle fave condite con aglio e olio, senza scambiare una parola, quando Dareh, scolata l'ultima coppa, si alzò, lasciò sul tavolo un obolo e fece per tornarsene al carro a dormire. Kasper invece aveva voglia di allentare un altro po’ i suoi nervi. Pensare era proprio quello che avrebbe dovuto evitare, almeno per quella sera. Ordinò così un'altra caraffa di vino e si fece portare due uova sode. Sarebbero servite ad assorbire meglio la sbornia. Dietro al banco della mescita, intenta a rigovernare le scodelle, aveva intravisto la figura di una donna dalla lunga chioma fluente. Gli era sembrato, che più volte lo avesse puntato con occhi civettuoli. Ne fu lusingato e per un po' provò a giochicchiare con lei, facendo bene attenzione a non essere pizzicato dall'oste che, in tutta evidenza, sembrava essere suo marito. Ma la donna parve perdere quasi subito interesse, attratta dal tavolino dei due distinti uomini d'affari che continuavano a discutere sdraiati sui loro comodi klinai. Provò pure vergogna per aver solo pensato di corteggiare una donna. Nella sua situazione, era certo l'ultima cosa che avrebbe dovuto fare. Si sentì turbato dalle sue debolezze.

La terza caraffa era appena arrivata quando un tizio di ritorno dall' orinatoio gli si parò davanti. Gobbo e malandato, indossava una tunica lisa e sudicia in corrispondenza degli orli. L’uomo si reggeva appena in piedi, visibilmente ubriaco, e con molta probabilità stava cercando un motto di spirito da condividere con lo straniero. Kasper sollevò appena il suo sguardo triste e annebbiato dal vino e non appena i loro occhi si incontrarono, a nessuno dei due venne voglia di scherzare. L'uomo se ne tornò interdetto verso il tavolo dei suoi compagni, voltandosi come stordito a guardare Kasper che era risprofondato già nel suo inferno. Era notte tarda quando l'oste venne a svegliarlo.

Il locale era ormai quasi vuoto e l'aria più che mai appestata dal fumo delle torce. Non appena riaprì gli occhi, si trovò davanti un gentiluomo distinto dal lungo mantello curato e dai modi gentili. Riconobbe uno dei due uomini che per tutta la serata si era intrattenuto sdraiato sul kline’. L’uomo gli sorrise affabilmente. "Lei è uno straniero, l'ho subito notato questo pomeriggio non appena è arrivato in paese. Non so quale sia motivo del suo viaggio ad Efeso, ma forse è il destino che ci fa incontrare". Kasper ebbe appena il tempo di strizzare gli occhi per scuotersi dal torpore. "Mi farebbe piacere domani appena si sarà rimesso, fare una bella chiacchierata con Lei. Cerchi pure in giro dello Spartano" Kasper continuò a sbattere le palpebre come stesse cercando ancora di mettere a fuoco, ma aveva ben capito. Il gentiluomo alzò in maniera elegante il braccio e con un breve gentile cenno del capo prese commiato.

4

Si svegliò che era giorno fatto. La luce filtrava attraverso le spesse tendine del carro. Kasper ispezionò fuori dal suo rifugio e si accorse che la piazza già pullulava di gente. Mercanti di pesce, contadini che avevano messo su dei banchetti pieni di frutta e verdure, allevatori di pecore, capre e galline, commercianti di pelli, vasai, venditori di tappeti. Ancora intontito dall'effetto del vino, si passò la mano sulla fronte madida di sudore. La breve stagione delle piogge aveva già lasciato spazio alla bella stagione. Presto l'afa e il caldo secco avrebbero messo a ferro e fuoco il paese. Si trascinò a stento fuori dal carro e sedette penzoloni. Notò che il carro di Dareh era ancora lì, ma la tenda per la notte era già stata smontata. Provò a guardarsi attorno e individuò a pochi passi una fontana zampillante. Ancora inebetito si diresse verso l'altra parte della stradina e mise la testa sotto il filo dell'acqua corrente. Si strizzò come un cane bagnato e subito si sentì meglio. Provò a riscaldarsi sotto i tiepidi raggi del sole. Sembrava un buon corroborante quella mattina.

Poco più innanzi s’era formato un assembramento, in corrispondenza del molo dove aveva appena ancorato una grossa trireme. Andò a curiosare e vide sbarcare dalla passerella un gruppo di marinai dall’aria smarrita. Trasportavano a tracolla delle piccole borse di cuoio oppure tenevano fra le mani dei bauletti avvolti in spesse bende di tessuto, di certo i loro bagagli di viaggio. Degli imbonitori provavano ad attirare la loro attenzione. Erano i padroncini delle locande che tentavano di farseli clienti. Alcuni, gli stranieri, si fermavano ad ascoltarli, altri invece tiravano dritto e non appena sulla terraferma si affrettavano a cercare fra la folla lo sguardo dei loro cari che li aspettavano in trepidazione. Fra gli astanti riconobbe l’oste della taverna che attendeva in disparte con il suo solito sguardo burbero. Gli si avvicinò e gli fece un cenno di saluto. L'oste finse sulle prime di non riconoscerlo. Solo quando Kasper lo affiancò decise di degnarlo di uno sguardo. Kasper si schiarì la voce e provò a captare la sua benevolenza "Beh, un benvenuto agli stranieri!” disse in maniera teatrale “lavoro in vista per la sua locanda... e per il suo ottimo vino!". L'oste lo guardò in tralice, come per confermargli che con lui queste smancerie non avrebbero attaccato. Kasper assorbì il colpo ma non si arrese. "Chissà da dove vengono tutti questi stranieri... a giudicare dall’aria stanca, sembra provengano da molto lontano" L’oste cambiò postura e nel farlo avanzò di un buon passo. Kasper allora gli si avvicinò all'orecchio e sibilò serafico: "Forse le sto antipatico, anche se non so bene il motivo, magari perché non sono greco come voi, chissà… ma sono sicuro che avrà modo di apprezzarmi prima che io decida di lasciare la città". L'oste si voltò lentamente incontrando lo sguardo fisso di Kasper. "Che intenzioni hai giovanotto? Io non parteggio per nessuno. Per me greci o persiani, egiziani o eritrei, fa poca differenza". "Bene, ancora meglio! e allora lascia che ti proponga un affare. Tu mi dai delle informazioni preziose su alcune persone della città ed io ti offro una ricompensa che non potrai rifiutare" L'uomo sembrò distendersi alla parola ricompensa e tentò visibilmente di modificare il suo atteggiamento, mantenendo comunque un’aria diffidente. Ma il suo orecchio sembrava adesso ben aperto e spalancato. "Che ne dici se ora ci spostiamo verso la tua locanda in modo da discutere di affari?" gli sibilò Kasper in un orecchio. "Non ora” tuonò l’oste piccato, tornando più burbero che mai “non vedi che aspetto qualcuno? ti sembro forse un tipo che perde tempo ad ammirare lo sbarco di un carico di stranieri?" Kasper sorrise, soddisfatto finalmente di averlo in pugno.

D'un tratto, un uomo si staccò dal flusso ininterrotto di persone che continuavano a sbucare dalla pancia della trireme. Vedendosi puntato da lontano, l'oste si fece innanzi. Un giovanotto di appena una ventina d'anni gli si presentò davanti, nelle mani teneva un bauletto raccogliticcio fatto di vecchi tessuti e di cordame liso. "Tu devi essere zio Anassimene!” lo salutò il giovane calorosamente, appuntandogli le grandi mani sulle spalle. L'oste arrossì. Non era abituato a questi eccessi di confidenza e nel bofonchiare qualcosa di incomprensibile, provò a sgabbiarsi dalla presa del giovane. Era in imbarazzo anche per l'estrema differenza di statura fra sé e quel gigante dall’aria scapestrata che sembrava, a primo acchito, avere sempre il sorriso fra le labbra. Infine si voltò e schiarendosi la voce fece cenno al giovane di seguirlo. Sfilando davanti a Kasper poi, lo invitò con un breve cenno ad unirsi a loro. Kasper si affrettò ad affiancare il giovane. "Siete arrivati stamattina?" "Eh sì” sorrise il giovane mettendo in mostra una costellazione di fitte lentiggini. "Da dove arrivate?" chiese Kasper. "Io arrivo da Siracusa” rispose il giovane “ma la trireme con la quale siamo sbarcati oggi è salpata dodici giorni fa da Atene". "Dodici giorni?” si stupì Kasper che non fece mistero della sua scarsa dimestichezza con il mare “non è un po’ troppo per un viaggio da Atene?" "Dipende" sorrise divertito il giovane, "pensate che la mia prima traversata, da Siracusa a Messenia, è durata più di venti giorni..." "Beh, immagino dipenda un po’ dai venti..." Il giovane assentì. "Non è ancora arrivata la buona stagione per viaggiare in mare. Abbiamo avuto forti tempeste per quasi dieci giorni di fila. Abbiamo perso una decina di uomini in pochi giorni" si fece serio. "Caduti in mare?" "Già, sbalzati in acqua e risucchiati dalla violenza delle correnti" "Dev'essere davvero dura la navigazione con il mare grosso" "Già, voi non avete mai viaggiato per mare?" "Vi sembrerà strano alla mia età ... ho attraversato catene montuose in groppa agli asini, deserti sabbiosi sulla dura schiena dei cammelli, altipiani inospitali in sella a cavalli... ma in mare non ci sono mai stato" "Beh non è mai troppo tardi, no?" I due sorrisero e, inseguendo l’oste che procedeva svelto, seguitarono a parlare di politica. “Non dev’essere facile per un siracusano fare tappa ad Atene di questi tempi…” fece Kasper mostrando di essere ben informato della imminente guerra fra le due potenze. “Dite bene” sospirò Lisandro “è per questo che ho raggiunto Atene via terra, fingendomi un profugo dell’Epiro.” “Brutti tempi” assentì Kasper “e anche passare per Sparta non dev’essere una gran bella esperienza” Lisandro annuì ma subito dopo gli mostrò un grosso medaglione che gli penzolava al petto. “Sa cos’è questo?” la medaglia era a forma di scudo con sopra raffigurata una grossa lambda, il simbolo degli spartiati “con questa al collo difficilmente incontrerete noie in quasi tutto il Peloponneso”.

Giunti alla locanda l'oste spalancò la porta e li invitò ad entrare. La taverna era vuota e la moglie intenta a ramazzare il pavimento. Nell'aria esalava il puzzo dell’acqua sporca utilizzata per la rigovernatura delle stoviglie, un acre odore di vino andato a male e il prepotente tanfo di uova marce. L'oste avvertì di controvoglia la moglie che aveva degli ospiti. Anche l'approccio con la moglie, notò Kasper, non era proprio improntato all’amabilità. "Lisandro è arrivato” si affrettò ad aggiungere Anassimene “ma vedi di tenere lontana Elena, non voglio che i due si vedano anzitempo". La moglie provò a spiare d'istinto i due stranieri, chiedendosi probabilmente chi dei due nuovi arrivati fosse Lisandro, prima di scomparire sul retro delle cucine. Kasper percepì una vena di delusione sulle rosse gote di Lisandro. E cercò di indovinare i loro rapporti. Immaginò che il giovane siracusano fosse figlio di lontani parenti emigrati tempo prima da Efeso in Sicilia e che ora stava per ritornare per prendere in moglie la figlia dell’oste. Non ci andò troppo lontano poiché Anassimene si curò da subito a mettere le cose in chiaro. "Allora straniero, io non so cosa tu abbia da propormi, ma ti assicuro che qualunque cosa sia, puoi parlare apertamente davanti a Lisandro che fra pochi giorni sposerà mia figlia Elena" Lisandro parve approvare con orecchio attento, dall'alto della sua gigantesca statura. Kasper prese posto su un banco e aspettò che gli altri due lo raggiungessero al tavolo. Non appena li ebbe vicini si alzò, scostò il verso della kandys con un movimento deciso e da sotto la cintura tirò fuori un fagotto di juta che posò sulla tavola. L'aria risuonò del rumore di monete tintinnanti. I tre restarono in silenzio per un po’ fissando l'involucro. "Ho bisogno di amici, di gente di cui mi possa fidare" disse Kasper facendosi serio senza distogliere lo sguardo dalle monete. Gli altri due si scambiarono velocemente un’occhiata senza fiatare, con aria interrogativa. "Cerco un uomo che vive in città" proseguì Kasper senza ancora alzare lo sguardo "è probabile che quest'uomo non sia quello che dice di essere ... è un campione nei travestimenti, il bastardo" proseguì non curandosi di placare una vena di disprezzo. I due mutarono appena l'espressione come se adesso fossero impazienti di saperne di più. Kasper li guardò ad uno ad uno negli occhi. "Ho bisogno di quest'uomo vivo" aggiunse, facendo intuire che non avrebbe fornito i motivi della sua ricerca. Percependo che adesso era arrivato il suo turno, l'oste si schiarì la gola e vincendo l'emozione che quella riunione pareva provocargli, provò a interloquire. "Beh straniero, non so quali siano i motivi della tua ricerca, ma ci dovrai fornire qualche dettaglio in più se vuoi che noi ti diamo una mano ..." "Non ce ne sarà bisogno" rispose risoluto Kasper "lo conoscete tutti" I due si guardarono con aria interrogativa. Adesso era il turno di Lisandro che prima di parlare mutò postura chinandosi leggermente sui gomiti, come a voler creare un'atmosfera più confidenziale. "Straniero, io sono l'ultimo a poter parlare qui in questa città, dal momento che sono appena sbarcato e non conosco nessuno. Ma se dici che quest'uomo è molto conosciuto, non ti sarà difficile trovarlo da te stesso". Kasper assentì con una piccola smorfia del viso. "Hai ragione ad obiettare Lisandro, l'uomo è lì, tutti sanno dov'è e cosa fa, ma vedi, quello che a me serve è poterlo avere tutto per me” I due uomini ritornarono perplessi. “È un vecchio regolamento di conti fra me e lui, se è questo che volete sapere” aggiunse lentamente Kasper, la cui particolare espressione scavata degli occhi dovette colpire l’attenzione dei due. Anassimene si scosse e piantò i suoi occhi in quelli di Kasper, strizzandoli leggermente come a voler adesso fugare ogni dubbio. "Ci stai chiedendo di rapire un uomo, straniero? È questo quello che intendi?" Kasper assentì con un breve cenno del capo. "In realtà vi sto chiedendo di procurarmi un appuntamento faccia a faccia con quest'uomo, solo io e lui lontano da occhi indiscreti". L'oste scosse il capo e si produsse in una smorfia di esitazione. Non sembrava convinto della storia di Kasper. Lo stesso Lisandro, parve ritirare adesso i gomiti dal tavolo. Sentendo che i due stavano mollando la presa, Kasper avvicinò la mano sul pacchetto delle monete, lo afferrò facendolo ricadere dolcemente sul legno del tavolo. L'aria parve saturarsi del suono dell'oro. "Quanti scrupoli, amici miei" provò poi a rilanciare un po’ spazientito, sforzandosi di non perdere la calma. Mentre i suoi occhi ad intermittenza passavano in rassegna ora l'oste ora Lisandro. I due avevano smesso di guardarsi ed erano come assorti, concentrati su dei punti fissi che apparivano ora lontanissimi. Probabilmente stavano facendo i conti con la loro coscienza, pensò Kasper. Ma quei conti erano durati fin troppo giudicò Kasper che, con uno scatto improvviso, si alzò, riprese il pacchetto delle monete in mano, rialzò il verso della tunica e velocemente lo riassicurò alla cintura. Nel fare ciò notò che i due erano rimasti assorti nei loro pensieri, evitando di guardarsi l'uno negli occhi dell'altro. Kasper capì che era arrivato il momento di andare. Alzò la mano elegantemente e si preparò a prendere commiato, non prima di aver ricordato loro quale grande occasione stessero perdendo. E fece per uscire. Poi si fermò sulla soglia e si voltò. “Potete almeno farmi il favore di indicarmi dove posso trovare lo Spartano?

5

L’Agorà era piena come un vespaio allo scoppio della bella stagione. Alla confusione della prima mattina si aggiungevano adesso le lance dei pescatori di rientro dalla lunga nottata di pesca. Kasper provò ad individuare il carretto di Dareh in mezzo alla folla e lo trovò nelle vicinanze dove l'aveva lasciato. Dareh aveva di certo ottenuto dalle autorità locali il permesso di commerciare, poiché aveva già allestito un bel banchetto con l'esposizione delle sue pregiatissime pelli della Cappadocia. Lo intravide da lontano contrattare con un rigattiere locale. L'uomo aveva tutta l'aria di uno scaltro commerciante. Lo si intuiva dai modi sbrigativi, dalle plastiche espressioni del viso e da un lapis che teneva dietro all'orecchio. Anche nel lavoro Dareh si manteneva uomo di poche parole e di poche variabili espressioni facciali, notò Kasper. E a giudicare da come i due si relazionavano, sembrava che le cose non si stessero mettendo un granché bene per Dareh. Infatti, dopo che il cliente ricevette l'ennesimo testardo diniego alle proprie richieste, si era allontanato indispettito, senza pregiarlo nemmeno di un saluto. Nell'avvicinarsi all'amico, Kasper si domandò come avesse fatto Dareh a sopravvivere nel teatrale mondo del commercio dovendo fare i conti con il proprio carattere, così ritroso e poco socievole. "Ciao amico, vedo che ti sei sistemato bene qui. Se non fosse per gli occhi dipinti, ti si potrebbe tranquillamente scambiare per un greco" scherzò Kasper. Nonostante gli affari languissero, Dareh era comunque di buon umore e si mostrò contento di rivedere Kasper. "Hai voglia a voler civilizzare questi maledetti greci" sorrise in maniera beffarda "questi qua cercano solo il prezzo" "Li devi capire Dareh, la sola pelle a cui sono abituati è quella di capra". Scoppiarono in una risata, contenti entrambi di aver ritrovato il dialogo. "Di' un pò, hai trovato il tuo uomo?" chiese Dareh masticando una grossa fetta di melone giallo. "Macché'" si rabbuiò Kasper "siamo solo all'inizio" E sentendo che Kasper stava per perdere il buonumore, si affrettò ad offrirgli dal suo coltellino una fetta di melone appena tagliata. "Hai fatto colazione stamattina?" "No” rispose Kasper mangiucchiandola di gusto “ma sono stato dall'oste. È un buon uomo, onesto per quanto sia particolarmente burbero, ma non ho concluso molto" Dareh mise via il melone e si versò sulle mani una coppa d'acqua che pescò da un catino. "Vedi Kasper" era la prima volta che lo chiamava per nome "io non so chi tu cerchi, quali sono i motivi che ti hanno portato fin qui e che cosa vuoi fare una volta che avrai trovato quest'uomo di cui mi parli. Ma stai sicuro che puoi contare su di me per qualsiasi cosa" Kasper lo ringraziò in silenzio con un breve cenno del capo. Trovò il suo atteggiamento cambiato rispetto ai giorni trascorsi insieme e gliene fu grato. "Ho conosciuto un uomo distinto ieri sera in taverna, mi è sembrato un demagogo della politica. Credo proprio che andrò a trovarlo" disse poi Kasper. "Fai bene” rispose Dareh “fattelo pure amico. Con i politici meglio non averci a che fare. Ma se proprio si deve, allora è bene cercare di ottenere il massimo dei loro favori”. Kasper sorrise, sorpreso dalla nuova vena di loquacità di Dareh. Poi si lavò anch'egli le mani, si sciacquò la bocca masticando della menta fresca che aveva raccolto appena fuori dalla taverna, si riavviò i lunghi capelli usando le dita a mo’ di pettine e fu pronto ad avviarsi. "In bocca a lupo" gli fece l'occhiolino Dareh. "Anche a te" rispose Kasper indicando le pelli.

6

Nell'attraversare la città seguendo le indicazioni ricevute dall’oste, Kasper ebbe conferma delle sue prime impressioni. La città si mostrava prospera, ricca, con le sue vie ampie e ben ordinate. Qua e là, in corrispondenza degli edifici pubblici, notò imponenti statue di marmo che raffiguravano la dea Cibele, cui la città era devota, ritratta come una vergine cacciatrice. Una corta veste sopra il ginocchio che nella parte superiore lasciava un seno scoperto e nella parte inferiore munita di imponenti stivali da caccia. Spesso dalla faretra che portava a tracollo pendevano un arco con delle frecce. In alcuni casi osservò che insieme a Lei vi erano un cane o un cervo. Una città devota alla caccia, pensò facendosi coraggio, non gli avrebbe negato l'aiuto necessario per braccare il suo uomo. Dopo aver percorso un lungo portico affollato, si fermò tergendosi con un fazzoletto il collo madido di sudore. Ripreso fiato svoltò per una via che si inerpicava fin sopra ad una collinetta. Nell'attraversare il quartiere notò delle grandi ville private, in alcuni casi munite di ampi giardini. Altri palazzi si estendevano fino a due o tre piani e spesso erano corredati da spaziosi terrazzi sorretti da imponenti fila di colonne, come se ne trovavano anche nei quartieri bene della sua Sardi. Era lì che lo Spartano viveva. Era quello il mondo a cui apparteneva.

Arrivato ad un crocicchio, si decise poi a fermare un cittadino. Ebbe conferma che l'abitazione dello Spartano si trovasse ad appena un isolato. E percorse gli ultimi metri senza riuscire ancora ad immaginare come si sarebbe svolto il loro incontro. Kasper si arrestò davanti all'entrata di una grande villa privata. L'aspetto dell'abitazione era quello che aveva immaginato durante tutto il percorso. Fece scorrere un paio di volte il fazzoletto sul volto e sul collo fin a quando non lo sentì umido di sudore. Da dietro un imponente arco sorretto da due possenti colonne si apriva un ampio giardino dove crescevano rigogliosi alberi giganteschi. Alcuni erano così maestosi che le loro radici esterne formavano sul terreno degli scomparti tanto capienti da potervi ospitare un cavallo con tutto il rimorchio. Dietro alla folta verzura si intuiva poi un colonnato in stile dorico su cui erano adagiate delle piante pensili che s'inerpicavano fino al piano superiore, come ne aveva visto solo a Babilonia. Udì degli schiamazzi di bambini provenire dal giardino e mentre avanzava scorse una grande scalinata dove erano mollemente adagiati dei fanciulli. Man mano che procedeva riuscì ad individuare un precettore barbuto vestito di un’ampia tunica bianca, forse di lino. Non appena fu sotto la scalinata, fu accerchiato da una pletora di monelli che giocavano a rincorrersi in giardino. L'aumentare della loro grida festanti alla vista di uno straniero, attirarono l'attenzione del maestro e dei discepoli. Il precettore si aprì ad un cordiale sorriso ed ergendosi in piedi invitò Kasper a farsi avanti.

"Prego, signore, venga pure avanti". Kasper non se lo lasciò ripetere e colmò in breve la distanza fra loro. L'insegnante lo guardò con condiscendenza e gli chiese se avesse perduto qualcosa o se cercasse qualcuno in quella casa. Kasper si prese il tempo per rispondere, rapito dallo sguardo innocente e attento dei discepoli adagiati sulle scale. "Sì ho un invito da parte del padrone di casa. L’ho conosciuto ieri sera durante un simposio" disse ponendo cura ad esprimersi in un greco senza sbavature. "Ma bene caro signore, gli amici del nostro Alexandros sono i nostri amici. Si faccia avanti, avrò il piacere di annunciarla personalmente" così dicendo l'uomo gli si fece innanzi cingendogli le spalle e trascinandolo amabilmente con sé. Non dimenticò peraltro di accomiatarsi dai suoi discepoli ai quali promise di ritornare in pochi istanti. "Degli studenti modello, davvero non potrei chiedere di meglio" si affrettò ad elogiarne le virtù. "Vede, nonostante sia una casa privata, questo è un luogo di alta partecipazione, oserei dire, di alta formazione" Kasper annuì un po' disorientato dalla debordante eloquenza del filosofo. L'uno con il braccio sulla spalla dell'altro attraversarono l'ampio porticato, fin quando Kasper decise di sgabbiarsi con grazia dalla presa imbarazzante del maestro, fingendo di togliersi un sassolino dal calzare. Il maestro adesso lo affiancava conducendolo attraverso un grande cortile interno, anch'esso munito di fitte colonne di marmo bianco. "È una grande famiglia questa qua, ci abitano diversi capi famiglia tutti imparentati fra loro... Non gliel'ho chiesto prima perché immaginavo che lei non sapesse il nome della persona che cercava" continuo' il filosofo. Kasper sembrò confuso, temendo di non aver capito bene. "La persona con cui lei vuole parlare intendo..." proseguì il maestro che sembrava ora divertito dall’imbarazzo di Kasper. Questi parve frastornato dall’incedere a singhiozzo del filosofo che, ogni volta che apriva bocca arrestava i suoi passi, lasciando che fosse poi Kasper a doverlo raggiungere a ritroso. "Fra i vari talenti, dicono che io abbia anche quello di indovinare le cose" sorrideva amabilmente cercando consenso nello sguardo dell'ospite. "Ma sì, si vede da lontano che lei è un uomo importante, oltre che dal taglio degli abiti anche dal portamento, me lo lasci dire" continuò con tono sempre più allegro. Kasper parve arrossire inavvertitamente di questo inaspettato complimento. "Una persona come lei non può che avere affari con il nostro grande capo, Alexandros, a proposito, sa perché lo chiamano lo Spartano?” Al cenno di diniego di Kasper, si produsse in un’espressione di affettata ammirazione. “Niente a che vedere con la sua provenienza. Lui è figlio eletto di questa città, è efesino sapete?” Ma intuendo che Kasper stava mostrando i primi segni di impazienza, si affrettò a tagliare corto. “Ma magari ve lo racconterà lui stesso” si autocensurò lasciando trasparire una leggera smorfia di delusione.

E finalmente si fermò davanti ad un robusto portone sormontato da un arco fiorito. Kasper tirò un sospiro di sollievo. "Se mi permette, vado ad annunciarla, ho udito che aveva degli ospiti. Ma credo che ormai la riunione sia in dirittura d'arrivo" "Non c'è problema posso aspettare tranquillamente fuori, fin quando non avrà finito" ribatté prontamente Kasper. "Ah, mi perdoni, chi devo annunciare? Può favorirmi il suo nome?" Kasper ci pensò su un istante. "Dica pure: l'uomo di Sardi" Il maestro spiò questa volta in profondità nei suoi occhi per misurarne il grado di spirito di presenza. Kasper sembrava aver retto bene all'impatto emotivo. E il filosofo ne fu soddisfatto. Nell’osservarlo imboccare il portone Kasper pensò che il filosofo non fosse affatto uno stupido e che solo grazie al suo essere così ciarlatano riusciva probabilmente a permettersi un’agiata vita di ozio e di divertimenti.

Pochi istanti dopo, preceduti da due nerborute guardie persiane, dal portone semi aperto sbucò lentamente un piccolo corteo, con a capo Alexandros. L’uomo era visibilmente impegnato in una fitta conversazione con un distinto signore che, uscito ora dal cono d’ombra, notò Kasper, sembrava indossare una pregiata tunica, con indosso un notevole mantello merlato. Senza nemmeno concentrarsi sul volto dell’uomo, fu colpito dalla lucentezza che emanava il suo petto, decorato con gioielli e pietre preziose. Alle spalle dei due, un po' distanziato, a chiusura della processione, ritrovò il maestro alle prese con dei ridicoli gesti. A suo modo intendeva indicare a Kasper che Alexandros era proprio la persona verso cui lui stava ora puntando il dito. Colto alla sprovvista da questo inaspettato corteo, Kasper fece due passi di lato, addossandosi ad una colonna, nella speranza di non essere notato. Non aveva troppa voglia di profondersi in presentazioni pubbliche. Desiderava solo conferire con Alexandros, quando questi si fosse finalmente liberato. Il gruppo parve sulle prime ignorarlo e proseguire la lenta processione verso l'uscita. Ma proprio quando sembrava esserselo lasciato alle spalle, l'uomo dall'abito regale voltò lo sguardo per cogliere quello adesso incredulo di Kasper. Fu in quel momento che i timori di Kasper sembrarono confermati. Quell’ospite importante si arrestò e trattenne i suoi occhi fissi su di lui, fino a quando con la sua postura richiamò l'attenzione di Alexandros che fu costretto a fargli un cenno. "Gentile signore, benvenuto a casa mia! Abbia solo la pazienza di attendere " sfoggiò un sorriso breve e nervoso all’indirizzo del volto di Kasper che sembrava come pietrificato. “Non è di queste parti il signore, mi pare di capire…” si intromise l’uomo dai preziosi gioielli pendenti, passandosi una mano sulla folta barba e attendendo una risposta che sembrò tardare. “Avete ragione Voi, mio signore” rispose seccamente Kasper “non sono di Efeso, provengo un po’ più dall’interno” usando un tono misto fra scherno e insolenza. “E quale buon vento la porta da noi?” chiese di rimando l’ospite, con un tratto di arroganza. Ma sembrò tradire un certo senso di nervosismo mentre Alexandros si trovò a disagio per questo fuori programma. “Affari, signore, affari” rispose a tono Kasper “siamo uomini di commercio, sapete e ci spostiamo un po’ qua un po’ là…alla ricerca ora di questo ora di quell’altro”. Alexandros rimase infastidito dall’arditezza del tono di Kasper e sembrò smettere i panni dell’imbarazzato per indossare quelli di un fustigatore. “Sono sicuro che il mio ospite qua, non ha ancora il piacere di conoscere il nostro esimio Governatore, satrapo di queste terre e uomo di fiducia del nostro grande re Dario II” fece Alexandros con un tono di rimprovero che non ammetteva replica. Kasper intuì un po’ di nervosismo da parte delle guardie e decise di rientrare nei ranghi. “Perdoni signore” fece abbassando lo sguardo “non immaginavo così tanta eccellenza”. E nel dirlo si curò di modulare bene sia il tono che la postura, profondendosi in un profondo inchino. Il Governatore si ritenne soddisfatto e dopo aver rivolto uno sguardo sprezzante a Kasper, si voltò verso Alexandros che, allargando le braccia in segno di scuse, lo invitava ora a procedere verso l’uscita. Ancora piegato sull’inchino, Kasper sentì Alexandros bofonchiare al Governatore parole di costernazione per l’accaduto. Mentre il codazzo sfilava verso l'uscita del cortile, Kasper tornò ad asciugarsi la fronte. Si sorprese pure a fare i conti con un inaspettato fiatone mentre il cuore sembrava bussargli forte nel petto. Era ancora incredulo e scosso. La figura che gli era appena sfilata davanti apparteneva proprio a lui. Era l'uomo per il quale aveva affrontato un lungo e pericoloso viaggio. L'odiato satrapo della Lidia, impunito assassino di centinaia di vittime innocenti. Il carnefice della strage di Sardi.

Con lo sguardo annebbiato, provò barcollando a raggiungere il muretto del cortile dove si adagiò all'ombra di un pino gigantesco. Sentì le tempie battergli forte e represse un conato di vomito. L’immagine della moglie e del figlio sgozzati barbaramente gli riaffiorò nitida nella mente. Il sangue, l’acre odore della morte misto al caldo asfissiante. E poi grida confuse, lacrime disperate e la sua vita in quella stanza che se ne andava via per sempre. Definitivamente. Ebbe una crisi di nervi e chiuse gli occhi per cercare di bloccare un’incipiente fuga di lacrime. Appena poco dopo, udì sullo sfondo i passi del maestro di rientro nel cortile. Gli stava venendo incontro con piglio mutato. Non appena fu davanti Kasper alzò gli occhi su di lui. "Gentile signore" fece il filosofo con sguardo severo "a malincuore devo informarla che non è più il benvenuto fra noi. Il nostro Alexandros non ha intenzione di riceverla e ha dato disposizione che lasci il nostro palazzo seduta stante" Kasper sorrise amaramente mentre provava a schermarsi dall'accecante sole del mezzogiorno. "Non ho nulla da dire a chi si fregia dell'amicizia di un assassino" disse Kasper alzandosi malsicuro sulle gambe. "Bene se è così, la prego di andarsene senza esitazioni con le sue gambe. Non vorrei doverla costringere con la forza". E nel dirlo diede un'occhiata a due energumeni che sbucarono all'improvviso dal portone centrale.

7

Kasper si ritrovò di lì a poco nella taverna di Anassimene. Vista l'ora, la locanda era affollata e dovette faticare parecchio per trovare un banchetto dove prendere posto. Divise il tavolo con un paio di commercianti del posto e doveva avere un aspetto distrutto se i due, giudicandolo di rango inferiore, lo ignorarono per tutto il tempo. Poco dopo la moglie di Anassimene gli portò una caraffa di vino e s’informò se avesse già pranzato. Non aveva fame. Scorgendolo da lontano, Anassimene fece cenno a Lisandro di occuparsi di lui. Il giovane siculo che aveva già preso confidenza con il suocero, sembrava molto indaffarato a servire ai tavoli. Ma trovò il tempo per sederglisi affianco. "Ehi straniero, non hai una bella aria, che cosa è successo? Hai poi trovato lo Spartano?" "No, ho deciso di fare tutto da solo" rispose Kasper. "Forse conviene che tu ti decida ad essere più chiaro" "E perché mai? Perché poi voi lo andiate a raccontare al primo che capita?" ribatté Kasper nervosamente a malapena controllando il tono della voce. Cosa di cui si pentì subito dopo perché nella locanda il suo scatto d'ira non era passato inosservato. Ma Lisandro non era un uomo dal sangue caldo o dai facili risentimenti e giudicò Kasper genuino nel suo sfogo. Subito dopo il giovane siculo gli fece cenno di seguirlo sul retro della cucina. Sotto lo sguardo attento di Anassimene i due si appartarono in una sorta di separé privato dove la moglie dell'oste si affrettò ad apparecchiare due coppe che riempi da una generosa caraffa.

"Io posso aiutarti straniero" disse Lisandro "lo faccio per soldi, certo! Ma lo faccio soprattutto perché mi fido di te, hai gli occhi buoni e il tuo sguardo è davvero disperato..." Kasper alzò gli occhi sul giovane. Ne invidiava l’età e la stazza. Ne apprezzava la franchezza e la risolutezza, il garbo e la compitezza. "Quando ti dirò chi è quell'uomo che cerco, mi restituirai queste monete d’oro e non mi rivolgerai mai più la parola". E così dicendo senza togliergli di dosso lo sguardo, si frugò sotto la kandys da dove ritirò fuori il fagotto. Ottenuto il suo consenso, Lisandro ne slacciò il cordone e ne vuotò il contenuto sul tavolo. Alle sue spalle nel frattempo era sbucato Anassimene. Genero e suocero si guardarono annuendo. "Accetto la sfida, chiunque esso sia" disse Lisandro in tono grave. E i due bevvero in silenzio guardandosi negli occhi.

Il piano di Kasper fu messo a punto all’ora di cena, dopo che la folla era scemata dalla locanda. Nel retro della cucina, al riparo da occhi indiscreti, si diedero convegno Kasper, Dareh, Anassimene e Lisandro. A loro si unì poco più tardi, Cleonte, l’armatore dalla faccia rubizza. L’uomo era stato intercettato da Kasper nel pomeriggio, su indicazione di Anassimene. Non fu particolarmente difficile  convincere l’omone cui bruciava parecchio l’affronto subito la sera precedente, quando era stato malmenato in piena Agorà dalle guardie del Governatore. Fu proprio Cleonte a fornire la maggior parte dei dettagli sulla conformazione del palazzo del governatore. Grazie ad un’assidua frequentazione del posto, come rappresentante della corporazione dei pescatori, era ben informato anche su orari e abitudini del satrapo e dei suoi collaboratori. Alla fine, il gruppo si sciolse a notte fonda dopo che fu ben chiaro a tutti il ruolo assegnato. Kasper fu l’ultimo ad uscire dopo aver rifiutato garbatamente l’invito di Anassimene di ospitarlo per la notte.

8

Si svegliò presto l’indomani. L’alba era appena spuntata e dalla tenda sul carro filtravano i primi bagliori. Sentì un brivido di freddo e provò a rannicchiarsi cercando conforto nella coperta. Provò a ripassare il piano mentalmente e dopo un po’ capì che doveva pensare ad altro. Si sentiva teso ma era ben risoluto. La sua forza sgorgava dal centro del suo petto e da lì sembrava spargersi in tutte le parti del corpo. Quando il sole fu alto nel cielo, si ritrovarono tutti nei pressi del banchetto di pelli di Dareh. Il caldo era già soffocante e la piazza piena di gente che caracollava stancamente da un banco all'altro. I cinque fingendo di non conoscersi si lanciarono a turno gesti di intesa. Finita la ricognizione, tutto sembrò pronto per iniziare. Per primo venne il turno di Dareh. Dopo aver fissato un telo al banco per assicurare il suo carico di pelli, si allontanò avviandosi in direzione del Palazzo. All'entrata trovò due guardie armate che, impettite nelle loro divise rosso sangue, fungevano da filtro per il disbrigo delle pratiche dei cittadini. Al solito mostravano uno sguardo truce e di certo non incoraggiavano né ad una tranquilla conversazione né a manifestazioni di empatia. Dareh sudò freddo mentre si trovò a dover spiegare i motivi della sua visita. Fortuna che una parte del suo copione recitava una parte molto verosimile: ossia il regolamento con l'ufficio Tributi delle imposte sul banchetto di esposizione. Pratica per la quale aveva preso accordi il giorno prima. Un momento dopo fu il turno di Lisandro che avrebbe dovuto registrarsi all'ufficio degli stranieri, essendo da poco arrivato in terra Lidia. Nel frattempo Kasper si era curato di spostare il proprio carro in corrispondenza di un vicolo attiguo al palazzo da cui si apriva una porticina che fungeva da rimessa. Il luogo era particolarmente isolato, lontano dal via vai delle vie circostanti e, soprattutto, era sgombro da guardie. Poco distante Cleonte si stava arrampicando su per un muretto dell’altezza di un uomo, lo aveva scavalcato e si era introdotto nel retro del palazzo. Da lì attraverso un portone che rimaneva sempre aperto di giorno ebbe accesso alle buie stanze dei magazzini. E dopo aver imboccato la scala della torretta la risalì fino in cima. Lì su un’asta su cui sventolava un vessillo persiano vi aggiunse un drappo rosso. Poi ridiscese tornando a nascondersi nel buio del magazzino, in attesa degli eventi. Nel frattempo, Dareh si era introdotto all'interno degli uffici del palazzo. Un lungo corridoio dava accesso alle diverse stanze che ospitavano i vari funzionari del governo con i loro aiutanti. Il corridoio era particolarmente frequentato quella mattina. Una delegazione di Smirne, composta da diversi funzionari, era riunita attorno alla sala centrale. Così gli spiegò un timido commerciante che sostava con altri suoi colleghi davanti all'entrata. Dareh ebbe un sussulto ma subito dopo si tranquillizzò. Il commerciante gli confermava che il Governatore era già intervenuto per un breve saluto ma che era subito rientrato nel suo ufficio. Dareh ne approfittò allora per fare una ricognizione di tutto il corridoio, fingendosi alla ricerca del suo ufficio di competenza. Aveva intanto localizzato in fondo al corridoio l’ingresso all' androne da dove si aveva accesso all'ufficio del Satrapo, davanti al quale sostava una sola sentinella piantonata. Come previsto, il resto del palazzo era a quell’orario sguarnito di guardie. Dareh, terminò la perlustrazione passando davanti all'ufficio Stranieri, da dove fece capolino il gigante Lisandro che fingeva in attesa del suo turno. I due si scambiarono un impercettibile cenno d’intesa. E dopo essersi assicurato dall’unica grande apertura sull’esterno che il panno rosso sulla torretta sventolasse alto, si decise ad imboccare finalmente l’ufficio di sua competenza. Poco lontano, dal retro della Taverna dove era appostato in attesa, Anassimene vide finalmente sbucare la bandiera rossa dalla guardiola. "È il nostro segnale" disse alla moglie, e in preda all'ansia e all'eccitazione si affrettò ad appiccare il fuoco. In poco tempo una lunga colonna di fumo si era alzata alta nel cielo in corrispondenza del retro della Locanda. Anassimene si era curato di imbastire lì in tutta sicurezza un grande falò, utilizzando sterpaglie, tranci di rami secchi, tavole marce e barili dismessi. Non appena il fumo si addensò invadendo l'interno della locanda ancora vuota, Anassimene diede il via alla seconda parte del piano. Elena corse a crepapelle in direzione dell’agorà e gridando come un'indemoniata lanciò disperata l’allarme. "Presto presto per tutti gli Dei, correte! un incendio, presto accorrete" gridava facendosi venire le lacrime agli occhi "ci sono dentro mio padre e mia madre". E in preda alla falsa disperazione si diresse verso le guardie all’entrata del palazzo. Colti alla sprovvista le due sentinelle richiamarono il resto delle guardie sparpagliate in piazza e insieme si precipitarono alla Locanda. In poco tempo la piazza si ritrovò sguarnita di persone mentre quasi metà della città si era riversata sulla via attigua, alla ricerca di uno spiraglio da cui curiosare. Indugiando a pochi passi da dove aveva ancorato il carro, anche Kasper vide finalmente sventolare il panno rosso e dopo aver notato la prima colonna di fumo risalire in lontananza alta nel cielo, con soddisfazione si disse che la prima parte del piano era andata in porto. Non restava ora che attendere e sperare che tutto sarebbe andato per il verso giusto, senza intoppi.

9

Dareh fissò ad uno ad uno gli uomini della sala d'aspetto. Sembravano tranquilli e assorti ognuno nei propri pensieri. Proprio nel momento in cui dalla porta dell'ufficio del funzionario stava per uscire un cliente per fare spazio al successivo, partì la seconda parte del piano. L’uomo cominciò dapprima a passeggiare nervosamente, poi si toccò sempre più insistentemente il petto e il collo, producendosi in animaleschi suoni gutturali. Le persone della sala d'aspetto si allarmarono, qualcuno provò a soccorrerlo. Ma Dareh finse di non capire, strabuzzando gli occhi, e in preda a spasimi violenti finì per stramazzare a terra, dimenandosi come un indemoniato. Nel frattempo i funzionari dell'ufficio, attirati dal trambusto provocato dall’uomo, si riversarono nella sala e constatarono che alcuni clienti stavano provando invano a tenere fermo l'uomo, che adesso sembrava in preda ad un attacco epilettico. Sentì che qualcuno parlava di demoni e, in preda al soffocamento, Dareh prese a ripetere ossessivamente: “Aiutatemi, mi hanno avvelenato! Veleno, veleno! Presto, chiamate un dottore, muoio”. Nel frattempo funzionari, clienti e uomini della delegazione di Smirne, tutti erano accorsi nella grande sala d'aspetto. La stessa guardia a difesa dell'ufficio del Satrapo, allarmata dallo scompiglio proveniente dal corridoio, temendo si trattasse di un attentato, corse allarmata a controllare di persona, facendosi largo fra la folla. Era il momento di Lisandro adesso che, sgattaiolando dalla folla, percorse in un batter d'occhio il corridoio, dopo essersi accertato che nessuno lo avesse notato. Imbucato l’androne, si fermò a spiarne l'interno. La porta dell'ufficio era accostata. Tese l'orecchio e non udì rumori. Il satrapo doveva essere da solo alle prese con lo studio delle sue carte, come sua abitudine in mattinata. Irruppe nella stanza e lo trovò seduto su una sedia a braccioli, dietro un ampio tavolo di marmo, chino sulle sue pergamene. Il Siculo diede un'occhiata veloce alla stanza vuota e buia illuminata solo da un paio di torce. Il satrapo alzò lo sguardo su quel gigante muscoloso e trasalì tirando indietro la sedia, con un gesto automatico. Sembrava terrorizzato. Provò a guardare oltre le spalle di Lisandro, muovendo nervosamente gli occhi forse alla ricerca della sua guardia del corpo. "Adesso mi stai bene a sentire se non vuoi che io ti scanni come un capretto" disse Lisandro che gli mostrò la lama affilata del pugnale. "Non è uno scherzo, e se farai il bravo, ti assicuro che non ti succederà niente". La voce di Lisandro dovette risuonare ferma e minacciosa se il satrapo sembrò acconsentire con un breve cenno nervoso del capo. "Mi devi dire se hai capito, voglio sentire bene la tua voce!" riprese Lisandro che si stupì tanto della fermezza della propria stessa voce quanto del suo sangue freddo. "Si ho capito" fece di rimando l'uomo che parve stringere le braccia contro i braccioli della sedia. Lisandro gli gettò una corda e gli intimò di alzarsi lentamente. "La corda... vedi di portare le mani dietro la schiena ed infilaci il cappio adesso!". Con la rapidità di una pantera lo raggiunse da dietro e si accertò di stringerne per bene il nodo. Poi gli accostò la lama del pugnale alla gola. "Sappi che non avrò alcuna esitazione a piantartelo nella gola, al primo tentativo che farai di urlare". L'uomo, minuto, quasi esangue, annuì rabbrividendo dal terrore. Dal suo capo glabro Lisandro notò delle gocce di sudore corrergli veloci sul collo e fermarsi solo sulla lunga barba impomatata di unguenti. D'un tratto udì un improvviso zampillare di acqua sul lucido pavimento. Il satrapo fece d'istinto per allargare le cosce e Lisandro notò che l'uomo si era pisciato addosso. "Bene, così mi piaci" tuonò soddisfatto. Subito afferrò la corda e in poche parole gli raccontò quello che da lì a poco sarebbe dovuto succedere. "Adesso usciamo nell'androne e poi mi porterai nel magazzino sul retro! Non ci sarà nessuno dei tuoi fuori ad aspettarci... quindi che non ti venga mai in mente di gridare!” lo minacciò spingendolo “ma se solo ci fosse qualcuno che abbia voglia di giocarci uno scherzo, sappi che tu sarai il primo a morire". L'uomo annuì in preda a tremori. "Vecchio!" lo guardò a tu per tu Lisandro "ripeto, non ti venga in mente mai di scherzare, se vuoi salva la tua vita". E nel dirglielo si chinò quasi a toccargli la fronte con la sua, fissandolo duramente negli occhi. Lisandro si assicuro poi che non avesse armi addosso e prima di trascinarlo con sé fuori dalla stanza, gli sfilò dal collo le collane di gioielli gettandole con disprezzo sul tavolo di marmo. "Queste non ti serviranno più là fuori". Lo spinse e gli ordinò di procedere, mentre lo teneva al guinzaglio. Appena fuori dall'androne imboccarono a passo spedito il cortile interno. Come previsto non c'era anima viva. Il prigioniero ebbe un attimo di resistenza, cercando di girare lo sguardo dalla parte del corridoio, ma fu subito bloccato dalla manona di Lisandro che gli afferrò minacciosamente il collo costringendolo a voltarsi e a proseguire senza esitazioni. Pochi passi dopo imboccarono un lungo corridoio al buio, illuminato dalla luce delle torce. Lo percorsero e finalmente si trovarono all'interno dei magazzini. Appostato al buio attendeva Cleonte che fu felice di vedersi passare innanzi Lisandro con il suo uomo al guinzaglio. "Sono qui" sibilò Cleonte sopraggiungendo alle spalle dei due. “Bene, fai strada” rispose Lisandro tirando un sospiro di sollievo. "Vai avanti tu” ribattè Cleonte “e ti prego non ti voltare" seguitò “non voglio che lui mi veda in faccia" "Giusto" annuì Lisandro "sempre se questo maiale se la caverà mai" Guidati dalle indicazioni di Cleonte i tre attraversarono il labirinto del magazzino fino a giungere alla porticina che dava sul vicolo. Lisandro costrinse il prigioniero a girarsi dalla parte del muro. Cleonte allora sopravanzò e con estrema cautela aprì la porta, sporse fuori la testa. Vide che il vicolo era deserto e fu felice di ritrovare Kasper che attendeva nel punto convenuto con il suo carretto. Il compito di Cleonte era finito. "Allora io vado, buona fortuna con la tua nuova vita!" Sibilò Cleonte a Lisandro e subito dopo sparì, appagato, nel vicolo assolato. Lisandro si affrettò a seguirlo con il prigioniero al guinzaglio. Lo trascinò fuori e coprì velocemente la distanza che lo separava dal carro di Kasper. Questi agevolò la salita del prigioniero sul carro. Kasper incrociò per un istante gli occhi atterriti del satrapo. “Bene, governatore, adesso sai qual era la mia missione qui ad Efeso” e sputò a terra in gesto di spregio. I due uomini lo sistemarono all'interno della tenda, dopo averlo incaprettato, mettendo cura a imbavagliarlo per bene.

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Poi si guardarono negli occhi. Non era tempo di sentimentalismi, ma Kasper sentì una profonda affezione per il giovane siculo su cui, appena superati gli attimi di estrema tensione, era riaffiorato un bel sorriso. "Mi ricordi mio figlio ..." fece Kasper guardandolo negli occhi, quasi commosso. "Mi racconterai la prossima volta, vecchio mio" rispose Lisandro facendo raggrinzire giocosamente le sue copiose lentiggini. D'un tratto il giovane mise mano alla cintura, da dove estrasse il pacchetto di juta. E nel porgerlo a Kasper, gli disse: "Non voglio ricompense per le mie buone azioni . Questa e' la mia parte". Kasper lo guardo' teneramente, come si guarda un figlio. "Tienilo, figliolo, ti saranno utili. Sei un bravo ragazzo, lo si vede dai tuoi occhi puri. Ma per esserlo ancora di piu' ti serve la serenita'. Il denaro non e' tutto ma aiuta spesso a prendere le giuste decisioni. Aiuta ad avere la schiena dritta e a non piegarsi ai soprusi dei malvagi". Lisandro annui'. I due si guardarono con affetto, per un'ultima volta.  "Adesso devo andare" disse Kasper "buona fortuna con il tuo matrimonio" e frustò il cavallo senza più voltarsi indietro. "Buona fortuna a te, uomo di Sardi … tu sei il padre che avrei sempre voluto avere... Possa tu ritrovare la serenità che meriti" gli rispose Lisandro. Ma Kasper era già lontano e non poté sentirlo. Il giovane siculo voltò allora le spalle, sentì un improvviso senso di quiete dentro e fuori di sé e si incamminò verso l’agorà, seguendo con lo sguardo la colonna di fumo nero che si alzava alta nel cielo di Efeso.