BARRY LYNDON

Riflessioni su attualità, geopolitica, storia e cultura

Mala tempora

Certo non c'era modo migliore per principiare questo nuovo anno.

Sfiniti dall'eccezionalità di quello appena trascorso, appena poche ore dopo aver deposto i calici ancora fumanti per quell’amaro e sinistro brindisi beneaugurante per un 2021 finalmente “normale”, ecco che siamo stati catapultati oltreoceano, assorbiti da quelle folli immagini che arrivavano da Capitol Hill, dove sono andate in scena le prove generali di un maldestro ed inquietante tentativo di sovversione nei confronti dello stato costituito. Un golpelight” ma che non ha mancato di depositare sul campo, quasi ce ne fosse bisogno, tutte le incertezze e le insicurezze di cui il mondo oggi, più che in altri tempi, sembra essere diventato ormai un impotente ostaggio.

Per un attimo, interdetti, ci siamo chiesti se, piuttosto che la sede della più grande democrazia del mondo, il teatro di quell'incredibile spettacolo non fosse invece una delle consuete sudicie e instabili periferie del mondo. Magari il Venezuela o la Colombia, oppure uno dei palcoscenici traballanti cresciuti sulle faglie della storia: Catalogna, Hong Kong, Bielorussia o Ucraina.

Niente di tutto ciò e, a fugarne ogni dubbio, al centro di ogni inquadratura, campeggiava l’iconico cupolone del Campidoglio, metà Louvre, metà Pantheon, a ricordarci con la sua imponente volumetria quasi tutto il peso, l’onore e l’onere della Democrazia.

Come hanno fatto notare alcuni analisti, gli scontri del 6 gennaio non possono essere catalogati tecnicamente sotto la dicitura di “colpo di stato”. L'obiettivo di un golpe è quello di prendere nel sacco il potere esistente, colpirlo al cuore, conquistare ed assediarne le sue strutture, prenderne il controllo e mettere sotto scacco di conseguenza un intero Paese. Sotto la voce "colpo di stato" pertanto, dovremmo leggere “pianificazione” nei minimi dettagli, con algida razionalità, di tutte le mosse; “connivenza” e/o mutuo soccorso delle forze armate, utilizzo di “violenza diffusa” e continuata, con episodi cruenti e fuori dal controllo delle forze dell’ordine.

Il gruppo di sciamannati che è riuscito a intrufolarsi in Campidoglio forzando le finestre, è invece apparso più che altro un'armata Brancaleone raccogliticcia e pulciosa. Più simile agli Unni di Attila "fratello di Dio" di “abatantuona” memoria che, almeno a giudicare dalle mosse e dalla loro postura, non sembravano avere l’aria di avere a che fare con una parola di certo assai più grossa della loro limitata capienza cerebrale: colpo di Stato.

Ma, una volta dentro, se anche le loro intenzioni fossero state originariamente incendiarie, si sono via via afflosciate, finendo per sfociare in una macabra sfilata, appena più ardita di una delle lugubri parate del Ku Klux Clan.

Diverso sarebbe stato se avessero anche solo provato a prendere in ostaggio qualche membro del Congresso, oppure assalire la polizia per neutralizzarla, per assediare il palazzo e occupare con la forza il cuore della democrazia americana. Ma ciò fortunatamente non è successo. O almeno, non in misura diffusa. Certo c'è scappato il morto, più di uno, ma chiunque avrà potuto percepire che, se davvero avessero voluto forzare, le cose sarebbero andate diversamente. E ci troveremmo ora a dover parlare di  crisi con  toni ben piu' gravi.

Più che altro è sembrato quasi che quello stato di agitazione, creato ad arte dalle parole incendiarie pronunciate appena alcune ore prima dall’ormai deposto Donald Trump, sia sfuggito di mano agli stessi manifestanti. E che, una volta in ballo, alimentandosi di quella tipica adrenalina che solo l’effetto della folla ruggente riesce a distillare, guidati come sempre accade in questi casi da un capo branco, siano andati in scena recitando di minuto in minuto un copione ancora non scritto, andando per così dire "a braccio".

Teste calde, si dirà, confuse ed infelici, si può senza dubbio aggiungere. Le quali, dopo aver forzato l'entrata del Campidoglio, trovandosi di fronte al Sancta Sanctorum del Congresso, impreparati com’erano alla battaglia e forse intimiditi dalla “laica sacralità” del luogo, si sono, per così dire, “limitati" a schernire il potere. Ed infatti, alla Storia passeranno le foto di questi decerebrati, alla ricerca di notorietà: il capo branco bardato delle vesti di un nativo americano con tanto di palco sul capo, l’uomo incappucciato seduto dietro lo scranno del presidente della camera, un altro in posa con il leggio di Nancy Pelosi tenuto a mò di trofeo, un commando incappucciato munito di mitragliatori sullo sfondo del Congresso. Iconografia di una giornata da dimenticare.

Malgrado tutto questo sfoggio di "folclore", ciò non vuol dire che l'episodio non sia risultato di una gravità inaudita. Anzi! Perché, in un mondo sempre più "virtuale", dove i propositi della violenza sono spesso convogliati, assorbiti e rilanciati dai Social, il valore iconico di questa rivolta nata già abortita, eppure reale, in carne e ossa, ha avuto il potere di fissarsi bene nella mente di ognuno di noi. Con un sottotesto inquietante: il palazzo simbolo della Democrazia, luogo deputato del potere costituito, non è più quel territorio inaccessibile e invalicabile, quasi sacro, che siamo stati educati a rispettare.

In questo modo, l'America (e non solo) si risveglia debole, attaccabile e vulnerabile proprio dove sembrava più forte: nelle sue istituzioni. Non una cosa da poco. E sicuramente uno scorno su cui riflettere profondamente.

Al netto di tutti i commenti che abbiamo letto e ascoltato in questi giorni, prima a caldo e poi, col passare dei giorni, un po' più a freddo, alcune domande rimangono ancora senza risposta. Qual è il fine ultimo di questa sempre più preoccupante montante ondata di odio che attraversa il mondo? E, seppure si sappia da quali vomitevoli anfratti si generino questi rigurgiti antidemocratici, quale sarebbe, di preciso, il loro sbocco naturale? Quale l’idea di società che viene sottesa a tutto questo malessere politico? Non può essere solamente la difesa di un generico "trumpismo" o di un "populismo" alla spiccia.

C’è molto di più in questa visione distorta, inquietante, distopica della realtà. Qualcosa di molto pericoloso nell’aria che fa sì che gli adepti di una setta sempre più numerosa, Qanon, possano propugnare indisturbatamente una teoria del complotto le cui coordinate sono fondate su una realtà parallela e le cui “porte d’accesso” vengono denominate “rabbit hole”, come in Alice nel paese delle meraviglie. Dove però non ci sono meraviglie ma solo narrazioni tossiche, circoli viziosi e tanta violenza, reale ma anche virtuale.

Spero di sbagliarmi, ma temo che bisognerà indagare, studiare il fenomeno approfonditamente e prepararsi a combattere nei modi e nei tempi giusti (ossia da adesso) questa deriva sovversiva strisciante, troppo spesso derubricata come “innocuo goliardismo”. Anche in Italia.

Spesso, fra le chiacchiere da bar abbiamo sentito esternazioni massimaliste di gente che, esasperata dalle contingenze, esprimeva –per istantanea rabbia o anche per spirito di paradosso- la volontà di mettere a ferro e fuoco i palazzi del potere. Bene, adesso che la qual cosa è successa davvero, consumandosi sotto gli occhi increduli di tutti, nel luogo simbolo della democrazia per antonomasia, e impattando in maniera poderosa nell’immaginario comune, bisognerà forse guardare con un po' più di attenzione alle elucubrazionigoliardiche” che albergano nella mente di  questi facinorosi. Complottisti, cospirazionisti, negazionisti, neonazisti, fascisti, quanonisti e seguaci di tutta la galassia del cucuzzaro.

Si può fare!” gridava un invasato dottor Frankenstein alle prese con la sua abominevole creatura, in uno dei film cult degli anni settanta. Probabilmente la stessa frase che balenerà nella mente bacata di alcuni di loro. Perché da oggi in avanti, niente sarà impossibile ai loro occhi.

Immagino che a Montecitorio siano stati tutti abbondantemente avvertiti.

 

12 gennaio 2021